A meno di clamorose e inattese sorprese, il prossimo 8 settembre cadrà l’ennesimo governo fantoccio che Emmanuel Macron ha provato a formare per sopravvivere. L’ingovernabilità e il disastro dei conti della Francia nascono da una considerazione semplice: l’establishment ha fatto di tutto per non fare governare la destra. Un cordone sanitario ridicolo, soprattutto se pensiamo ai risultati: hanno messo insieme socialisti, comunisti, moderati, liberali, islamisti per non lasciare il passo alla Le Pen e ora il Paese è al collasso.
La situazione è particolarmente tesa in vista del voto di fiducia previsto all’Assemblea nazionale tra cinque giorni. Il primo ministro François Bayrou tenterà di ottenere l’approvazione di un piano di risanamento finanziario, che prevede tagli alla spesa pubblica per circa 44 miliardi di euro. Tuttavia, la proposta incontra forti opposizioni sia da parte delle forze di destra che da quelle di sinistra. Questo isolamento politico rischia di mettere ulteriormente in discussione la tenuta della maggioranza che sostiene il presidente Macron, già in difficoltà. In caso di esito negativo, non è esclusa una nuova tornata elettorale, né le dimissioni del presidente.
A fronte della crescente instabilità, Bayrou ha annunciato la sua intenzione di affrontare il voto anticipando una mobilitazione nazionale prevista per il 10 settembre. Una scelta che, secondo alcuni osservatori, potrebbe rappresentare un ultimo tentativo politico prima di una sconfitta annunciata. Un recente sondaggio suggerisce che in caso di caduta del governo, la maggior parte dei cittadini francesi sarebbe favorevole a nuove elezioni legislative e presidenziali.
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Parigi è alle prese con un debito pubblico crescente e una crisi politica che ostacola l’adozione di soluzioni efficaci. Uno degli elementi centrali della crisi è rappresentato dal debito pubblico, che ha superato i 3.300 miliardi di euro, pari al 5,4% del Pil. Questo equivale, secondo alcune stime, a un onere di circa 50.000 euro per ogni cittadino francese. Nonostante il contesto economico critico, proposte del governo volte a contenere la spesa, come l’abolizione di due festività, non hanno trovato consenso.
Alcuni analisti hanno paragonato l’attuale situazione francese a quella della Grecia durante la crisi del debito sovrano, ipotizzando persino un possibile intervento del Fondo Monetario Internazionale. I mercati reagiscono con crescente preoccupazione: l’indice CAC 40 ha registrato flessioni, mentre il rendimento dei titoli di Stato francesi a dieci anni ha superato quelli di Grecia e Portogallo, avvicinandosi a quello italiano. Paradossalmente, proprio l’Italia, assieme a Spagna e Grecia, viene oggi considerata dai mercati in modo più favorevole rispetto alla Francia. Si tratta di un cambiamento di prospettiva rispetto agli anni passati, in cui questi Paesi erano spesso oggetto di critiche da parte dei partner europei più rigorosi sul piano fiscale, come Germania e Paesi Bassi.
Nel suo discorso di fine agosto, Bayrou ha sottolineato il ritmo con cui cresce il debito francese: «ogni ora, ogni giorno e ogni notte» il Paese accumula «12 milioni di euro in più». Ha descritto la situazione con l’immagine di «una nave con un buco nella chiglia che imbarca acqua da mezzo secolo», ricordando che l’ultimo bilancio in pareggio risale al 1974. Durante un’intervista televisiva, il primo ministro ha anche puntato il dito contro il cosiddetto dumping fiscale, citando esplicitamente l’Italia, accusata di attrarre i contribuenti francesi più abbienti. Ha però omesso di ricordare che questa pratica è diffusa anche in altri Paesi europei, tra cui Grecia e Portogallo, e che negli anni molti cittadini francesi hanno scelto di trasferirsi anche in Belgio, Svizzera e, più di recente, in Italia.
Franco Lodige, 3 settembre 2025
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