Esteri

Macron predica Schengen? Sorpresa: ha chiuso i confini con la Spagna

Quello che nessuno ricorda a Macron, dopo la mossa di Meloni contro Sanchez. E a Ventimiglia la sospensione è "temporanea" da 10 anni

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Ogni volta che l’Italia irrobustisce un controllo di frontiera, un coro ben addestrato intona il consueto ritornello: “hanno sospeso Schengen!”. Formula a effetto, tecnicamente falsa. Nessuno sospende alcun trattato: l’articolo 25 del Codice frontiere Schengen consente il ripristino temporaneo dei controlli alle frontiere interne, prassi invocata decine di volte da mezza Europa. Ma lo slogan è troppo ghiotto per gli stigmatizzatori seriali, che inorridiscono e lo brandiscono siccome clava ogni volta che una richiesta di maggiori controlli proviene da Roma, e lo obliterano se è Parigi a invocarla o ad attuarla. Ecco, teniamo a mente questa asimmetria.

Sulla crisi di Ceuta, dove in 48 ore sono transitate circa 60mila persone poi quasi tutte rispedite in Marocco, l’Italia e la Danimarca hanno promosso una lettera ai vertici dell’Unione. L’hanno sottoscritta 22 dei 27 capi di Stato e di governo. Restano fuori in cinque: la Spagna, che è il bersaglio; l’Irlanda, arbitro imparziale in quanto detiene la presidenza di turno; il Lussemburgo; il Portogallo; e, immancabile, la Francia.

Perché la Francia non firma? Semplice: perché nel frattempo fa esattamente ciò che a Roma rimprovera. Nella notte del 30 luglio 2026 il ministro Núñez ha ordinato di rafforzare senza indugi i controlli al confine spagnolo, attivando la Force Frontière d’intervention rapide. Il dispositivo è operativo dal 31 luglio al valico autostradale di Le Perthus, gemello di La Jonquera sull’asse A9-AP7, con estensione a Le Boulou, Portbou e, sul versante atlantico, Hendaye-Irún. Dal 1° agosto gli effettivi sono stati quintuplicati: 334 tra poliziotti e gendarmi aggiuntivi, droni, unità della CRS. Lo stesso Núñez, con callido candore, ha ammesso che la Francia dispone già di controlli permanenti su quella frontiera, e che ora si limita ad accrescerne intensità e frequenza. Non un incidente, dunque, ma prassi consolidata: esibita come virtù quando la esercita Parigi, additata come vulnus quando la esercita Roma. La differenza, si badi, non è giuridica ma geografica e ideologica: Sánchez è socialista e sodale, Meloni no.

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Qui si entra nel merito, ed è impietoso. La Francia presidia la frontiera interna con l’Italia dal 13 novembre 2015, invocando quello stesso articolo 25: mai revocato, dieci anni di temporaneo. E non parliamo di garbate verifiche dei documenti, bensì di respingimenti sistematici, i refus d’entrée, di persone stipate nei container ai valichi, di una prassi che la Corte di giustizia dell’Unione ha ripetutamente censurato come contraria al diritto europeo. Dettaglio icastico: quella Force Frontière rapide oggi spedita sui Pirenei nacque nel 2023 e fu schierata la prima volta proprio sulle Alpi Marittime, contro l’Italia. L’Italia, con la Spagna, controlla passeggeri di voli e traghetti per trenta giorni. Parigi, con l’Italia, respinge da un decennio. Chi oltraggia davvero lo spirito di Schengen, chi verifica un passaporto all’imbarco o chi ricaccia indietro i disperati da dieci anni?

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C’è un ultimo dettaglio, ed obbliga a una chiosa esiziale per la tesi francese. Fino al 2024 il tetto del ripristino era di sei mesi. La riforma del Codice, in vigore dal 10 luglio 2024, l’ha portato a due anni, ulteriormente prorogabili. Non per zelo garantista di Bruxelles, ma per sanare a posteriori proprio le prassi che Francia e Germania avevano reso ordinarie ben oltre ogni limite. Detto altrimenti: la Francia ha sforato la regola così a lungo che la regola è stata riscritta per assolverla. E oggi il medesimo Paese che ha obliterato la norma pretende di impartire lezioni di ortodossia europea a chi la invoca per un mese.

La lettera dei 22 è stata accolta: martedì i ministri dell’Interno si riuniranno in videoconferenza, e perfino von der Leyen, che pure aveva evocato la fortezza Europa, ha dato mandato a Frontex di affiancare Madrid. Il vento è cambiato, e Parigi lo sa. Per questo tromboneggia sulla solidarietà mentre presidia i propri valichi con zelo tetragono. La prossima volta che sentirete gridare alla “sospensione di Schengen”, chiedetevi soltanto una cosa: perché quel grido non varca mai le Alpi Marittime? L’ipocrisia, d’altronde, è il tributo che il vizio rende alla virtù. La Francia lo versa a Ventimiglia, ogni giorno, da dieci anni.

Giulio Galetti, 3 agosto 2026

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