
Proviamo a dirla semplice, come piace a noi. Se c’è una parola che dovrebbe stare scritta a caratteri cubitali sopra la porta di una scuola è pluralismo. Se ce n’è una seconda è contraddittorio. Ma per Francesca Albanese non è così. Anzi. Nel pieno della bufera per le video-lezioni ricche di propaganda, emerge un dettaglio che pizzica la relatrice speciale Onu. Ci riferiamo all’”ospitata” al liceo scientifico “Ulisse Dini” di Pisa, dove sia il pluralismo che il contraddittorio sono rimasti fuori dall’aula. Anzi: proprio vietati.
Perché qui non siamo di fronte alla solita polemica politica montata ad arte. Qui c’è un documento interno, firmato dalla dirigente Alessandra Marrata, che Nicolaporro.it ha avuto la possibilità di visionare, con il programma ufficiale dell’assemblea d’istituto del 10 dicembre. Ebbene, il file racconta una cosa molto chiara: non era previsto alcun contraddittorio. Punto. Nessuna possibilità di dialogo diretto tra la relatrice e gli studenti. Nessuna domanda libera. Nessuna interazione reale. Tutto già scritto, tutto già filtrato.
Le domande, infatti, dovevano essere formulate giorni prima, caricate su un form e sottoposte preventivamente alla relatrice. E attenzione: nemmeno alla fine del collegamento era consentito alzare la mano e porre una domanda aperta. Traduzione: non un’assemblea, ma un monologo. Non un confronto, ma una lezione frontale blindata. Altro che dibattito. Hai capito la Albanese?
Ed è qui che la vicenda diventa politica, volenti o nolenti. Perché la Albanese non è una prof qualsiasi. È una figura divisiva, una relatrice Onu più volte finita al centro delle polemiche per le sue posizioni su Israele, Hamas e il conflitto mediorientale. Invitare lei, legittimo. Impedirle il contraddittorio, molto meno. Soprattutto quando parliamo di studenti minorenni o poco più che maggiorenni, dentro una scuola pubblica.
La Lega, con Susanna Ceccardi e Giovanni Pasqualino, ha fatto quello che la politica dovrebbe sempre fare in questi casi: ha acceso un faro. Ha denunciato il format, non l’idea di discutere del conflitto. Perché il punto non è “parlare di Palestina sì o no”, ma come se ne parla. E se se ne parla in modo unilaterale, emotivo, con un titolo come “Quando il mondo dorme”, e senza la possibilità di una domanda scomoda, allora siamo fuori dall’educazione e dentro l’indottrinamento.
La cosa più interessante, però, è che tutto questo viene sempre giustificato in nome della sensibilità, del clima, del rispetto. Peccato che il rispetto, guarda caso, valga sempre in una direzione sola. Chi la pensa diversamente non viene confutato: viene escluso a monte. Le domande non si respingono: si prevengono. È il nuovo modello pedagogico progressista: ti ascolto solo se so già cosa mi stai per dire.
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E allora la domanda vera non è su Francesca Albanese. È su chi ha autorizzato questo format. Chi ha deciso che in una scuola il contraddittorio fosse un optional. Chi ha pensato che su un conflitto “complesso e drammatico”, per usare le parole dei leghisti, bastasse una voce sola. Perché la scuola dovrebbe insegnare a pensare, non a ripetere. A discutere, non ad applaudire.
Poi ci stupiamo se i ragazzi escono convinti che esista una verità ufficiale e tutto il resto sia propaganda. Ma se il metodo è questo, il risultato è garantito. E no, non è censura chiederlo. È esattamente il contrario.
Franco Lodige, 17 dicembre 2025
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