La sinistra perde anche nelle Marche, eppure continua a ripetere il mantra dell’“unità” come se bastasse mettersi tutti insieme — Pd, 5 Stelle, Verdi, sinistra più o meno radicale — per conquistare gli elettori. Ma la realtà, ancora una volta, li smentisce: gli italiani votano i programmi, non le alleanze di potere costruite a tavolino. E i numeri non lasciano grandi margini di interpretazione: questo campo largo non vince quasi mai.
Il centrodestra di Francesco Acquaroli ha stravinto. Ma la vera notizia è che anche dove la sinistra era convinta di poter “giocarsela”, non è stata neanche in grado di impensierire l’avversario. La Marche, una regione storicamente rossa, doveva essere la tappa più promettente per il famoso “campo largo”. Risultato? Otto punti di distacco. C’è poco da girarci intorno: nonostante gli appelli, il tentativo di sfruttare il trend pro Pal, le strette di mano e le foto di gruppo, non hanno idee comuni su nulla, se non sull’illusione di unire tutto e tutti contro il “pericolo delle destre”, il “ritorno del fascismo” e balle varie.
Il candidato del centrosinistra Matteo Ricci — ex renziano di ferro, ora arruolato nel carro di Elly Schlein — ha provato a mettere la faccia sulla sconfitta, dicendo che “in caso contrario non avremmo neanche giocato la partita”. In pratica: meglio perdere che non esserci. Una magra consolazione. A rincarare la dose ci ha pensato proprio Schlein, che ha ringraziato Ricci per il “progetto di cambiamento” per poi ammettere: “Ci abbiamo messo tanto impegno ma stavolta non è bastato”. Stavolta. Come se fosse la prima volta. E poi via col solito copione: “Continuiamo con grande determinazione”. A perdere, verrebbe da dire.
Il punto, però, è un altro: questa “alleanza progressista” è un contenitore vuoto, dove le differenze ideologiche tra Pd, M5s e sinistra ecologista vengono mascherate sotto l’etichetta dell’unità. Ma gli elettori non sono scemi. Se il centrosinistra vuole essere credibile, non può limitarsi a fare il fronte anti-Meloni. Deve dire cosa vuole fare. Su tasse, giustizia, lavoro, Europa. Ma su questi temi non c’è una sola posizione condivisa. Lo ha ammesso, in modo implicito, anche Giuseppe Conte, pur provando a tenere il punto: “Ai cittadini marchigiani abbiamo offerto una seria proposta alternativa per realizzare un cambiamento”. E ha aggiunto: “Dobbiamo prendere atto che questa proposta non ha convinto”. Tradotto: non vi crede nessuno.
E mentre cala l’affluenza — altro dato ignorato dai salotti radical chic — Bonelli e Fratoianni, leader di Avs, hanno tenuto a ribadire che “l’unità resta una condizione necessaria ma non sufficiente per vincere”. Già, perché serve anche un po’ di contenuto. Ma se uno dice che il rigassificatore serve e l’altro lo vuole bloccare, se uno vuole aumentare le spese militari e l’altro le tagliare, se uno sogna la patrimoniale e l’altro flirta con il riformismo… che tipo di coalizione è?
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E torniamo ai numeri citati in precedenza: le elezioni nelle Marche rappresentano la decima tornata delle regionali in cui Pd e M5s perdono correndo insieme. Tre sole vittorie, nessun exploit: nel 2024 in Sardegna con Alessandra Todde, in Emilia Romagna con Michele De Pascale e in Umbria con Michele Proietti. Per il resto è stato sempre un trionfo del centrodestra, anche quando la sinistra pensava di poter avere la meglio con coalizioni ricche di partiti, partitini, liste e listine. Basti pensare al voto in Liguria di un anno fa: dopo aver sfruttato in maniera vergognosa le vicende giudiziarie di Giovanni Toti, Pd, M5s & Co. sono stati stracciati da Marco Bucci nonostante una candidatura di peso come quella dell’ex ministro Orlando.
La sinistra chiacchiera tanto, ma non vince. E non vince perché non sa dove andare. Intanto, il centrodestra governa, convince e cresce. E da qui a novembre ci sono altre cinque regioni al voto. Se il “campo largo” è questo, il centrodestra può dormire sonni tranquilli.
Franco Lodige, 30 settembre 2025
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


