
Volendo sintetizzare, ad Afragola è accaduto quanto segue: una bambina di 12 anni fidanzata con uno quasi maggiorenne che, dopo due anni, la lapida in un tugurio abbandonato. Uno scenario talebano, afghano ma all’islamismo nostrano si aggiunge la postmodernità aberrante: i genitori rispettivamente di vittima e carnefice che a cadavere ancora caldo, non ancora sepolto, si concedono in tutti i modi possibili, lui, tuta da (poco) lavoro, da relax, sovraeccitato mentre concede udienza ai cronisti dispensando formule farneticanti nel vernacolo inquietante dei bassi: uhì, è schtat un incident, ‘o guaglione era nnammurat, chied scus a tutt. Lei la madre della sventurata che parte come un missile in tutte le trasmissioni e fa “pubblicità” a una paninoteca. Aspettiamo di saperne di più, su entrambi.
Siamo ai nuovi mostri? Ma no, vecchi, vecchissimi, la smania della notorietà a tout prix si è persa nella notte dei tempi e la totale scomparsa delle ipocrisie borghesi che tenevano insieme e a freno il corpo sociale ha lasciato campo libero al primivitismo di risacca, un campo sterminato. Lo vediamo a Garlasco 2, la vendetta, con una indagine chiaramente condotta secondo canoni televisivi e di questi precipua funzione, lo vedevamo ad Avetrana, 20 anni fa, con la cugina Sabry che piangeva a telecomando in tutte le trasmissioni e fuori onda sbottava, ho finito le lacrime. Poi a segnare una nuova epoca della sovraesposizione addolorata è arrivata la famiglia Cecchettin e qui sta il punto fondamentale: certi esempi generano emulazione, che i Cecchettin padre e figlia siano in predicato di sbarcare in politica lo pensiamo tutti, però intanto hanno fatto una fondazione moralistica per portare il woke nelle scuole, che potrebbe essere il prodromo per la candidatura. La madre di un giovane musicista trucidato in una faida tra balordi camorristi non è andata, inspiegabilmente, a Sanremo per poi lanciare il suo appello, “se Giorgia Meloni mi vuole io ci sono”?
E la politica recepisce, reagisce questa politica che al cospetto di un gerarchetto dei giovani chiama un Fedez alla convention di Forza Italia. Perché un parente di vittima o carnefice dovrebbe finire deputato, che cosa avrebbe da dare alla causa? E la risposta è semplice quanto desolante: voti sulla scia dell’emotività. Per anni abbiamo ragionato sull’equivoco di una sovraesposizione vittimistica fine a se stessa, senza capire che era tutto finalizzato o almeno lo è diventato in tempi recenti. Come a dire: già che mi è toccata questa disgrazia, almeno che serva a qualcosa. Chi si scandalizza dice: sono comportamenti indecenti, innaturali, inumani; saranno anche anormali, ma chi agisce sa cosa sta facendo e dove vuole arrivare. È stato anche osservato che il rapporto genitori e figli non è più lo stesso, che le famiglie sono più ricettacoli di convenienza o indifferenza che di autentico affetto, che questi genitori parlano dei loro figli cannibali e cannibalizzati come di entità estranee, avulse, esseri che hanno una loro vita e in essa ci può stare lo scempio, l’aberrazione.
Sarà così, ma al dunque il nucleo familista torna a coagularsi, la trama degli opportunismi e delle omertà si rivela, il grido mammifero “è figlio mio, lasciatelo stare”, risuona, eterno, tribale. Appena 6 anni a Manduria un delitto fra i più miserabili: un gruppo di balordi giovani e giovanissimi prese di mira un povero cristo invalido, Antonio Cosimo Stano, torturato fino a lasciarsi morire di stenti, chiuso in casa. Da seppellirsi di vergogna, ma tutte le madri, nessuna esclusa, emisero il loro verdetto assolutorio: ma che volete? Qui non c’è niente nemmeno un bar, i nostri figli in qualche modo dovevano pur divertirsi. E lo pestavano, lo umiliavano in tutti i modi, filmandolo. I balordi che a forza di “sfide estreme” a bordo di una fuoriserie a noleggio, figli di ricchi, annientarono una Smart trucidando un piccolo di 5 anni e distruggendo la psiche e la vita dei genitori, dicevano tra di loro: ma sì, i nostri vecchi pagano e che quella miserabile non rompa i coglioni. Andavano a 140 in una stradina pedonale di Casal Palocco, chi guidava se l’è cavata col solito patteggiamento anodino, 4 anni e 4 mesi solo sulla carta, mai un’ora di carcere, oggi è un cittadino rispettato. E allora chi sono i mostri? O lo sono tutti, ciascuno nel suo ruolo?
“Chiedo scusa a tutti ma ‘o guaglione era innamorato”: frase pazzesca che facilmente si è indotti a considerare figlia di una certa koinè napoletana mentre è di tutte le latitudini dalle Alpi a Capo Passero: ci sta dentro tutto, la disumanità, l’immaturità, la vanità, l’opportunismo. Una ragazzina promessa sposa a 12 anni, aspirante influencer a 14, una bimba che già conosceva le dinamiche della coppia e del narcisismo, massacrata a colpi di pietra come in un cortocircuito del tempo e invece siamo perfettamente nel nostro tempo che è un tempo di barbarie, post tecnologica ma barbarie, l’eterno ritorno del preumano. E la madre va a fare la “pubblicità” a uno che vende panini e pizzette. L’avvocato difensore, Sergio Pisani, ha smentito: “Non era in sé, era sconvolta”. E che altro poteva dire? “Il venditore ha approfittato del momento di fragilità per fare un video e pubblicarlo sui social”, ha spiegato. “Fiorenza sta vivendo giorni di dolore profondo e confusione, ogni angolo della casa le ricorda la figlia, e proprio per questo, ieri ha deciso di uscire di casa per una passeggiata, per cercare un attimo di sollievo e prendere un pò d’aria. Si è fermata a un chiosco per mangiare un panino, il venditore, riconoscendola, ha iniziato a parlarle di Martina, affermando che era una sua cliente, raccontando appunto che la conosceva e quelle parole, in quel momento, le hanno dato un senso di consolazione. La signora si stava rendendo conto che veniva ripresa, ma non era completamente lucida, e dalle immagini si vede”.
Certo il tiktoker avrà fatto tutto “per riscuotere visibilità su una tragedia, senza alcun consenso”, ma tutti sanno che questo non è essere sconvolti, è una nebbia culturale, un obnubilamento del tempo, un intontimento sociale, sa che l’impulso pavloviano a mettersi in mostra dopo una tragedia ha lasciato posto a un calcolo magari a sua volta pavloviano, ma fermo, a suo modo lucido.
Stando così le cose, non ci è lecito sconcertarci e neppure disperarci. Semplicemente va così e sempre peggio andrà perché l’uomo essendo pazzo, essendo sempre a un passo dal Neanderthal che cova dentro, non impara dalle sue mostruosità e se mai le adegua ai tempi, le perfeziona. Forse è perfino inutile additare due genitori, di vittime e carnefici, di essere quelli che sono: sono il loro tempo, e, se anche non ci piace ammetterlo, sono noi. Siamo noi. È la mela della conoscenza, che poi è quella del peccato: apparentemente un Dio geloso ce la vieta, ci punisce per impedirci di elevarci fino a lui; in realtà Dio sa che a coglierla quella mela si sperimenta un brivido maligno che poi non passa più, che si impadronisce di noi. La mela del peccato è la tecnologia con tutto quello che di perverso offre, ma l’uomo non può fare a meno della tecnologia, Dio stesso lo ha creato per scoprire, per inventare, per spingersi oltre. Ma questa tecnologia che infetta il tempo, che rende tutto apparentemente possibile è un vicolo cieco, un pozzo sempre più profondo.
L’uomo ha svenduto l’anima per un grumo di microfoni, un verminaio di visioni sui social, quello che augura alla figlia di Meloni eccetera, oggi dice, esattamente come quell’altro: chiedo scusa a tutti, è stata l’intelligenza artificiale. E fa il professore. Sono andato a vedere le reazioni sui social, almeno una metà lo giustifica, lo incoraggia, lo esalta. Per lo più senza faccia né nome, ma mica sempre. Ci hanno dato gli strumenti per migliorare noi stessi, per simulare quelli che non siamo, ma restiamo Neanderthal. Con noi i nostri figli: scendo al mare, allo stabilimento dove andiamo da anni e li vedo questi preadolescenti: mai un bagno, una tintarella, una boccata d’aria, un gesto da giovani, intisichiscono al bar per l’intera stagione, i tavolini rigurgitano di alcoolici e pacchetti di sigarette, le femmine a 13 anni sono ipersessuate, provocanti al punto che non puoi scampare certi pensieri insani, i maschi sono svirilizzati e chiaramente succubi. Non parlano: comunicano a gesti e a versi, come le scimmie di Kubrick. Ogni tanto uno, preferibilmente una fanciulla, si lancia d’improvviso, senza una ragione, in una bestemmia a volume da lobotomia: allora tutto il branco comincia a bestemmiare e ad agitarsi, proprio da scimmie assassine. Io li guardo e ho paura, penso che questi sono destinati a farci fuori tutti noi obsoleti, vecchi come me. Perché non sono come me, non come ero io alla loro età. Sono disumani. E mi prende la paura del cane feroce che è pronto ad azzannare.
Sono disumano anche io, ma i loro genitori, che stanno già un paio di generazioni dopo la mia, cos’altro sono? “Uhè, l’ha sfondata a pietrate ma è stata una disgrazia, era innamorato, uno deve fare quello che vuole, chiedo scusa a tutti”. L’altra, la “consuocera”, che piange, strepita, pontifica e sponsorizza focaccine. E se una persona umana, matura, sapiente, si permette di osservare che no, a 12 anni una non può essere Belen, il suo cervello non è ancora strutturato per determinate situazioni, che non sempre si può essere o fare ciò che si pretende, vogliono lapidare lui in fama di grillo parlante che viene a guastare la festa delle convinzioni comode e assurde. Appena uccidono in modo barbaro un bambino, la prima preoccupazione di tutti, sindaco, parroco, comunità, è: la fiaccolata. Altro rituale fuori dal tempo, dalle evocazioni medievali, ma completamente dentro a questo tempo. Alla fiaccolata per Martina, macellata a 14 anni in un tugurio dal “fidanzatino”, c’erano bandiere del Napoli calcio, della Pace, di Hamas, e un delirante cartello woke piazzato in favor di telecamera “Scusaci Marty se come donne non abbiamo saputo farti arrivare la nostra voce”. Delirante ma, sapete, tra una settimana si votano i referendum PD-CGIL.
Max Del Papa, 2 giugno 2025
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