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Mattarella e Sinner, ma si può essere più squallidi di così?

Jannik vince Wimbledon e quasi non frega niente a nessuno. Tutti pensano: chi c'era, chi non c'era? Attaccano Meloni, però Re Sergio...

sinner mattarella
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Sogno una tavola rotonda, e magari calda, dati i commensali, con tanti autorevoli giornalisti chiamati a confrontarsi su un tema di evocazione nietzschiana: perché siamo così stronzi. Non so se al consumatore ordinario di notizie appaia, se egli povero pavloviano addestrato ai selfie col vippino dell’informazione, ne covi la percezione, ma veramente questi giornalisti, per lo più politici, nel senso della doppia funzione, dell’incatenamento col potere, sono diventati schiavi dei loro ruoli pubblici, televisivi. Non più nel senso che “fanno i personaggi”, se mai perché sono i personaggi che fanno, si sono rinchiusi in una pellicola di vanità da cui non possono uscire, perché è diventata l’unica pelle. E questa vanità si alimenta da un impegno all’altro, da una corsa all’altra, da una stanza d’albergo subito lasciata per guadagnarne un’altra, parlavo pochi giorni fa con uno di loro e mi diceva, troppe cose, troppo stress, ma ne uscirò. Non ne uscirai, gli rispondevo, non puoi e non vuoi. Sì, io non saprei dire se il fruitore tipo delle balle e delle bolle che quotidianamente propiniamo se ne renda conto, ma a me appare improbabile, e lievemente agghiacciante, constatare come illustri colleghi si comportino anche a tavola, anche probabilmente a letto con la moglie, esattamente come recitano in teatro, sotto i riflettori di un festival letterario o quelli di un set televisivo: sbraitano, gesticolano, si disperano ad usum platea.

Prima non era così, en privée avevano ancora dei moti di verità, sprazzi di umanità, “quel lì è un balengo, un coglione” e agivano fisiologicamente come esseri viventi, adesso non c’è più separazione: sono irreali in quel mettersi al centro del fatto, ogni fatto, in quella pretesa d’immanenza, ogni avvenimento o tragedia non rileva in quanto tale ma solo se e nella misura in cui loro ci si ficcano in culo: non raccontano la vicenda, è la vicenda a ragionar di loro, il resto è contorno, riverbero, emanazione della loro centralità. Giornalisti di Vitruvio con gli arti divaricati (e certe pance non proprio edificanti). Un artista importante, capace di contenuti urgenti, di scelte anomale, convoca una conferenza stampa per informare del tour imminente e si sente dire a una voce sola: non ci importa di quello che farai, di quello che hai da dire, parlaci dei tuoi scazzi con la Lucarelli. E chi sta nel pantano da 35 anni capisce subito che dietro non c’è solo la vacuità dello stupore, nel senso di stupido, c’è un sordido gioco di rimandi pubblicitari, di comunicazione perversa, quello lo istigo a parlare di te così tu gli rispondi, ti metti in mezzo, le agenzie scattano, le palette fioccano, poi mi rendi il favore, la marchetta amicale. Una faccenda tra mafiosi.

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Perché l’ho presa così lunga? Perché da un pezzo mi premeva e perché debbo parlarvi di Jannik Sinner, che ha vinto Wimbledon, primo italiano in 137 anni ma non frega un cazzo a nessuno, almeno nessuno dell’informazione il cui unico problema è: sì ma come mai non c’erano le istituzioni, non c’era il governo né il Colle. Scusate, ma vi sembra prioritario dopo un trionfo leggendario come questo? Sì. Parlaci di Mattarella, Jannik, di quella volta che non ci sei andato e il Capo, alla lettera, dello Stato “se l’è legata”. La massima istituzione, il vertice del Potere nazionale, che a 83 se la segna e “si vendica” di un campione ventenne? E per cosa? Qui resta da sperare che i giornalisti siano prede dei loro deliri complottisti, delle loro puttanate romane da sottobosco del potere, da sito scandalistico alimentato dai Servizi, ma non ci giureremmo troppo: qualcosa di vero, di più vero probabilmente c’è se il nostro Mattarella trova il tempo di farsi osannare dalla tennista Jasmine e non di fare un salto a Londra dove il numero uno del mondo sta per conquistare il trofeo più leggendario.

“Ma non è questo il punto”, come direbbe Nicola Porro, il punto è la stronzaggine cronachistica dei lor signori comunicatori. Per dire quel dire senza dire, quel girarci intorno malevolo, l’epitome di questi tipi qua si ebbe nel visionario, ma con larga visione d’anticipo “L’allenatore nel pallone” con Lino Banfi del remoto 1984 con il magnifico Franco Caracciolo, già ragazzo coccodè di Arbore, che faceva il malevolo, effemminato giornalista Ceretti e provocava col birignao il povero Oronzo Canà: “La B-zona è forse la zona per andare in serie B?”. “No, B non nel senso di B ma di due volte zona, come se io dicessi “bistrò: che non è il bar francese ma due volte stronzo. Arrivederci” (Ceretti, inorridito: “Africano e maleducato!”).

Una profezia. Oggi sono (siamo?) un po’ tutti Ceretti, cioè bistrò. “L’assenza di figure istituzionali vuol dire che qualcuno non ha dimenticato?…”. E lo dicono, lo scrivono con quel tono compiaciuto, complice, sodale, senza capire o capendo benissimo che, se così fosse, sarebbe una tragedia della piccineria e dello squallore. Ma non è, se non nelle loro teste pettegole. Dicono, insinuano questi nostri giornalisti bistrò: non c’è andato nessuno da Sinner, per Alcaraz c’era il re, per Wimbeldon i principi, ma per Sinner non c’era nessuno; poi aggiungono: però Mattarella aveva impegni. E allora anche uno scemo capisce che si parla dell’Augusto per attaccare, di sponda, la parvenu, l’usurpatrice. Che vergogna questa Meloni che non ci va. E che tempra quel Mattarella che – dicono i bistrò – non ha perdonato. Ma si può essere più squallidi di così?

Alla fine, un evento epocale come il primo italiano, primo del mondo, che per la prima volta trionfa al primo torneo del mondo, scade a quinta, diventa occasione; l’importante è chi c’era, chi non c’era. Ah, ma io gliele ho cantate (quasi) chiare! E chi vuol capire, capisca. Che cosa? Che ancora una volta lavori per il re di Prussia? Che a farcirsi di sé fino a scoppiare si esplode di vuoto compresso?

Non bastasse, pure la stronzissima polemica etnica, naturalmente sottotraccia anch’essa, mai le palle di avanzarla palesemente assumendosi la responsabilità della mediocrità: eh, quel Sinner, che fa il tirolese, il monegasco, non abbastanza italiano… No, ragazz* e ragazz*: a vergognarsi del tricolore se mai è una conterranea, il o la sindaco di Merano Zeller allergica alla fascia, più propensa al localismo e al centro sociale di sinistra. Sinner, bilingue ma mai una parola che non sia d’orgoglio per il suo Paese, semplicemente se ne frega: di chi c’era, di chi non c’era, del localismo parolaio, se sta a Montecarlo, come Umberto Tozzi, potendo fa bene perché il fisco italiano è vergognoso, e, summa lode, senefotte particolarmente dei giornalisti: “Jannik, che titoli ti piacerebbero domani sui giornali?”. “Nessuno: non li leggo”. Dagli torto. Lui a differenza dei bistrò, convinti della loro immmortalità stracciona, si comporta come un campione consapevole che il suo tempo è limitato e va utilizzato per il meglio; senza aver letto nemmeno Orazio, che era epicureo ma non come i giornalisti influencer, lo conosce meglio di tanti: “Debemur morti nos nostaque”. Per concludere sempre con Nietzsche, “non esiste la verità [dei fatti], solo interpretazioni”. No, per questa volta lasciamolo perdere il nichilismo che si spalanca sul politicamente corretto, un fatto è certo e porta una verità definitiva, incontrovertibile: i giornalisti sono bistrò, nel senso di due volte strò. Arrivederci.

Max Del Papa, 16 luglio 2025

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