
E se non ci fosse alcun “complotto” politico, ma semplicemente che i militari hanno deciso di farla pagare a Sergio Mattarella? Chissà che la cena romanista di quella voce dal sen fuggita in cui Francesco Saverio Garofani ha profetizzato la “provvidenziale” – detto da un baciapile è aggettivo significativo – spallata in danno di Giorgia Meloni non si sia trasformata in un missile terra-terra. La storia parte da lontano e arriva ai giorni nostri quando il presidente della Repubblica ha deciso di dare uno schiaffo a generali e ammiragli, gente che se la segna. Contravvenendo alle consuetudini del Quirinale – non scritte, ma ferree – secondo cui il presidente della Repubblica nomina consiglieri persone che non abbiano mai avuto incarichi parlamentari nel suo secondo settennato – non negato, ma neppure previsto dalla Costituzione e a pensarci bene 14 anni a capo dello Stato sembrano un tempo assai lungo per dirsi repubblicano – ha chiamato a sé Francesco Saverio Garofani che ha fatto carriera nei Popolari, poi nel Pd sempre all’ombra di Sergio Mattarella che gli conferisce l’incarico di consigliere al Quirinale il 24 febbraio 2022, meno di un mese dopo la sua rielezione al Colle.
Racconta una fonte assai autorevole che per moltissimi anni ha albergato nelle stanze del Quirinale con incarichi strategici: “I consiglieri e i funzionari non dovrebbero essere iscritti ai partiti o essere stati deputati, ancor più della stessa area politica del Presidente. Una correttezza formale che fu rispettata fino a Carlo Azeglio Ciampi. La interruppe per primo Giorgio Napolitano e Mattarella lo ha seguito. Ma lo strappo più rilevante l’attuale presidente della Repubblica lo ha compiuto all’inizio del secondo mandato con la decisione di riformare il Consiglio supremo di difesa, già rivisto dal suo predecessore, accorpando quell’incarico con quello di Consigliere Militare in un unico responsabile, un generale o un ammiraglio di alto grado. Mattarella si è spinto molto più in là: ha deciso che il Segretario generale del Consiglio della Difesa non fosse più un militare, ma a un consigliere civile. Una delegittimazione – spiega la nostra fonte – abbastanza sofferta dal mondo militare. Ridusse di conseguenza l’incarico al Consigliere militare che si limita ai rapporti con le forze armate e agli aspetti militari delle manifestazioni e dei cerimoniali. Fino a quel momento il Segretario generale nonché Consigliere Militare era un ufficiale di alto grado di vertice con provata esperienza internazionale tanto che l’ultimo fu il generale Mosca Moschini”.
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Rolando Mosca Moschini da capo di Stato maggiore e poi da comandante generale della Guardia di Finanza fu chiamato, dopo essere stato per anni all’Onu, a dirigere il Comitato militare dell’Unione Europea. È stato lui l’uomo che ha cercato d’imbastire l’esercito europeo di cui tanto si blatera. Fu Giorgio Napolitano a volerlo come consigliere per la difesa, è stato Sergio Mattarella a “licenziarlo” nel 2022 da Segretario del Consiglio supremo di difesa. ”Ciò che ancor più ha lasciato esterrefatti – sussurra il nostro interlocutore – è che la scelta del nuovo Segretario sia caduta su Garofani, ex deputato della stessa area politica di appartenenza del Presidente invece che su uno dei tanti esperti anche civili nel settore strategico. Ma questo probabilmente rientra nella personalità di Sergio Mattarella. Lo conobbi quando era ministro della difesa e il suo metodo molto curiale faceva percepire, sia pure in maniera soft, una sensazione di antimilitarismo pacifista. Sospetti che questo suo principio abbia influito sulla scelta di Garofani sono rimasti forti nell’ambiente militare”.
Ambiente militare che non ha mai perdonato a Sergio Mattarella tre cose. La prima che da ministro della difesa favorì in tutti modi la creazione della quarta forza armata. Fu lui a dare via libera al progetto perseguito dal generale Sergio Siracusa di staccare i carabinieri dall’esercito. I rapporti tra Mattarella e il comandante generale dell’arma risalivano a quando l’attuale presidente della Repubblica da vice di Massimo D’Alema aveva la delega ai servizi segreti. Un anno dopo da ministro della difesa benedì lo scisma. La seconda è di avere abolito la leva obbligatoria; la legge delega che ha chiuso le caserme alle reclute è stata da lui concepita. Ma la terza è una ferita che non si è mai rimarginata: non aver confermato che i nostri militari sono stati vittime di proiettili all’uranio impoverito e aver cercato di far dimenticare in tutti i modi le sue responsabilità, addossandole ai vertici militari, nei bombardamenti in Bosnia e nel successivo fallimento della missione umanitaria Arcobaleno per aiutare i profughi del Kossovo indotti alla fuga dall’operazione Allied Force che martellò dal 24 marzo al 10 giugno 1999.
Su quegli episodi Sergio Mattarella non ha mai fatto chiarezza. Si presentò in Senato da vicepresidente del Consiglio – allora premier era Massimo D’Alema – a raccontare che l’intervento italiano si limitava a un appoggio strategico. Gli andò male perché l’intervista di un pilota tedesco svelò ciò che veramente succedeva in Bosnia. Lo ha ricordato anni fa il generale Mario Arpino, era allora Capo di stato maggiore: “L’ordine era di parlare di sole operazione di difesa; mi telefonò Mattarella freddissimo e disse: ho saputo che un suo dipendente, il comandante del gruppo Tornado di Piacenza, al rientro dalla missione ha rilasciato un’intervista dove ha raccontato di aver lanciato dei missili contro postazioni radar serbe… È inammissibile. La ritengo personalmente responsabile…”.
Per coprire l’indignazione pubblica per la violazione che l’Italia faceva dell’articolo 11 della Costituzione, quella che Mattarella oggi invoca ogni piè sospinto, e il fatto che i bombardamenti furono decisi senza voto parlamentare si varò l’operazione umanitaria Arcobaleno. C’è di mezzo l’Albania; è una storia che andrebbe riscritta a memoria di chi se le piglia con Giorgia Meloni per i Cpr a Gajader. Si parlava di 10 mila cossovari in fuga, i profughi furono 250 mila. Ci furono le solite Ong, i soliti arricchimenti. Michele Emiliano allora sostituto procuratore a Bari mise su un’inchiesta: 24 inquisiti, 19 rinviati a giudizio. Dopo 12 anni e una serie “sospetta” di sospensioni del processo sono stati tutti assolti per prescrizione.
Come nessuno ha mai pagato fino in fondo per i nostri militari vittime dell’uranio impoverito. Solo pochi sono stati risarciti come i parenti di Andrea Intonaci, pugliese, sergente dell’Aeronautica. Il ministero della difesa fu condannato, ma Sergio Mattarella allora titolare di quel dicastero disse che non era provata la relazione tra l’uso di quei proiettili e la morte dei militari. Lo stesso Mattarella, che oggi ammonisce contro Vladimir Putin che vuole usare le bombe nucleari, ammise alla Camera: “Il 5 agosto 1994, il 22 settembre 1994 e fra il 29 agosto e il 14 settembre 1995 sono stati utilizzati in attacchi alle forze serbo-bosniache circa 10.800 proiettili all’uranio impoverito. Nell’ottobre 1999 l’Onu ha fatto richiesta di conoscere i siti bombardati, che sono stati comunicati il 7 febbraio 2000“. Per Mattarella, che di fatto negò i risarcimenti, i nostri militari erano carne da cannone. Chissà che quei cannoni non abbiano cambiato mira.
Carlo Cambi, 21 novembre 2025
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