Si sono conclusi gli scritti dell’Esame di Maturità 2026. Tracce molto criticate, soprattutto per la prova di italiano. Sotto l’occhio del ciclone è finita qualsiasi parola o lettera accusabile di essere sovranista o conservatrice. A mio parere, invece, le tracce, in primis quella di Frank Furedi, erano un monito al pensiero critico, substrato imprescindibile di un esame di “Maturità”.
Come spesso accade, però, ci si è fermati al titolo: “I confini contano. Perché l’umanità deve riscoprire l’arte di tracciare confini”. Sui social, e non solo, commentatori e professori di sinistra hanno scatenato l’inferno contro il ministro Valditara ed il governo tutto. Le tracce sono state etichettate come inadeguate e difficili. Erano difficili, in effetti, perché richiedevano di ragionare. Ma oggi, il ragionamento, è sempre più raro.
Nelle scuole fa paura il pensiero critico, l’anticonformismo. Chi non ha mai sentito ammonire qualche studente di non esprimersi sulla politica al tema di maturità, specie in chiave anticonformista? Purtroppo, nel nostro Paese, e questo accade da più parti politiche, non esiste la cultura del dibattito e della pluralità di opinioni.
Esiste certo la libertà di espressione e di stampa, ma ogni pensiero rimane incasellato nelle proprie fondamenta gnoseologiche o, ancora meglio, “ideologiche”, senza più contaminare, persuadere e, soprattutto, mettersi in discussione. Non dovrebbe esistere un solo tipo di anticonformismo, in un Paese libero ed intellettualmente fervido, ma infinite sfaccettature di pensiero critico. A scuola si deve parlare di attualità e di politica, eccome. Ma lo si deve fare in piena libertà e nel completo rispetto delle idee altrui, a patto che queste non siano offensive o violente.
La traccia di Furedi era semplicemente stupenda. Non parlava di politica. Apriva a tantissimi collegamenti: banalmente, il primo confine che ci permette di vivere ogni giorno è il rispetto. La traccia parlava ai giovani. Consentiva di esprimersi riguardo a quelle che sono le difficoltà del passaggio da un’infanzia idealizzata idillicamente, ad una “maturità” più impegnativa. Il discorso poteva essere impostato su un piano sociologico, psicologico, politico, filosofico, letterario, artistico.
Immanuel Kant sosteneva che il diritto altro non è che un limite, un confine alla nostra libertà, al fine di garantire quella di tutti. Nella “Metafisica dei costumi” Kant definisce il diritto come “l’insieme delle condizioni per mezzo delle quali l’arbitrio dell’uno può accordarsi con l’arbitrio dell’altro secondo una legge universale di libertà”. Nel “De pace perpetua”, Kant sosteneva che il confine tra Stati è un punto di contatto (pacifico ed inclusivo) regolato dal diritto. “Confine” non è dunque il contrario di umanità o libertà, ma ne rappresenta l’essenza stessa, la garanzia, in un’ottica di rispetto e valorizzazione reciproca.
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Oggi, forse, questi valori non piacciono. Si preferisce l’anarchia; che poi altro non è che il reale ostacolo alla libertà. Il filosofo di Konigsberg, per l’appunto, definiva il diritto un “ostacolo ad un ostacolo alla libertà”. Sostanzialmente il diritto nasce perché non tutti seguono l’autonomia razionale, la vera libertà che sorge dalla ragion pura e si manifesta nella legge morale interiore.
Pertanto, servono regole, confini; il che non significa punizione o discriminazione. Il vero ostacolo alla libertà, che impone l’esistenza di un “confine”, è invece proprio l’anarchia. A cui forse, oggi, in Italia, tante persone guardano con molto fascino.
Flavio Maria Coticoni, 21 giugno 2026
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