
Giorgia Meloni ha fatto una cosa che in politica capita di rado: ha detto chiaramente che sulla sicurezza non siamo dove dovremmo essere. Niente giri di parole, niente conferenze stampa infiocchettate. Semplicemente: “Abbiamo lavorato moltissimo sulla sicurezza in questi tre anni, anni di lassismo non sono facili da cancellare, ma i risultati per me non sono sufficienti – le sue parole nella conferenza stampa odierna -. Questo deve essere l’anno in cui si cambia passo su questa materia, in cui si fa molto di più, ma rivendico che ci abbiamo lavorato molto, con moltissime iniziative”.
Parole chiare, nette, che non lasciamo margini di interpretazione. Un messaggio ai suoi ma anche un atto di coraggio: “Ci sono altri provvedimenti che stiamo studiando, uno riguarda il tema delle baby gang, altra situazione fuori controllo. Alcuni dei provvedimenti cominciano a dare i risultati: i dati dicono che nei primi 10 mesi del 2025 i reati sono calati del 3,5% rispetto all’anno precedente”.
E c’è anche un altro passaggio che non può passare inosservato, quello relativo alle toghe. “Ritengo che magistrati e giornalisti siano importantissimi. Più tutte queste persone fanno bene il loro lavoro e meglio è per tutti. Non vuol dire che non si può chiedere conto a un giornalista di notizie che deliberatamente sono pubblicate e che sono false. Non vuol dire che non si possa chiedere conto ai magistrati di decisioni che sono prese e mettono a repentaglio la nostra sicurezza” la sua analisi tranchant: “Anche quando ci sono toni critici, la mia idea è che questi toni servano per migliorare. E noi andiamo nel senso di un miglioramento dello stato della giustizia: i miei toni non sono per delegittimare ma per dire che ci sono cose che non stanno funzionando”. Come biasimarla?
Solitamente quando un premier ammette un punto debole, secondo le regole della politica normale, dovrebbe apparire fragile. Invece qui succede l’opposto. Meloni, riconoscendo che il dossier sicurezza richiede una stretta seria, si prende il lusso della credibilità. E lo fa ricordando che, quando tutti la davano per spacciata sull’immigrazione – la situazione era drammatica e l’esecutivo aveva delle responsabilità – è riuscita a ribaltare la narrativa. E ora il messaggio è chiaro: se è stato possibile rimettere ordine nel Mediterraneo, non si vede perché non si possa fare nelle nostre città.
E qui arriva la parte più comica dell’intera vicenda. Perché la sinistra, appena sente parlare di sicurezza, va in tilt. Da mesi denuncia aggressioni, quartieri fuori controllo, persone che hanno paura a prendere un autobus la sera. Tutto drammaticamente vero. Ma appena il governo propone di intervenire, e Meloni parla esplicitamente di “risposte più rapide e più efficaci”, è pronta la consueta liturgia: “Deriva autoritaria!”, “Stato di polizia!”, “Potenziamento repressivo!”. Il solito repertorio, insomma. Non si può chiedere più sicurezza e poi contestare qualunque misura che serva a garantirla, direte voi. E avreste ragione. Decidiamoci: o vogliamo uno Stato presente, oppure no. Ecco il punto: tutti vogliono le strade sicure, finché non si tratta di fare ciò che serve per renderle tali. La sinistra vive benissimo in questa contraddizione eterna: lamentarsi del problema è consentito; risolverlo è vietato.
Il senso politico della mossa di Meloni è cristallino: riconoscere un problema non significa arrendersi, ma preparare la soluzione. È una cosa che dovrebbe essere normale, ma che in Italia diventa rivoluzionaria. I cittadini non vogliono scuse, vogliono risultati. E li avranno, la sua promessa. E mentre l’opposizione continua a temere l’ombra della “stretta”, il governo prepara un pacchetto che — se seguirà la stessa logica applicata al fronte immigrazione — rischia di far saltare un altro argomento storico della protesta a prescindere. La sicurezza non è una distinzione tra destra e sinistra, è un diritto basilare. E quando qualcuno prova a garantirlo davvero, c’è sempre chi si sente minacciato. Non i criminali: quelli, paradossalmente, sono gli unici su cui certa politica sembra non voler mai disturbare.
Franco Lodige, 9 gennaio 2026
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