Politiche green

Meloni fermati: la folle decisione sulle auto elettriche

Il governo predica la battaglia contro il Green Deal ma poi non si comporta di conseguenza. Perché buttare 600 milioni di euro?

Meloni auto elettriche © YvanDube tramite Canva.com
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Il governo Meloni ha stanziato 600 milioni di euro per incentivare l’acquisto di auto elettriche da parte dei cittadini con ISEE inferiore a 30.000 euro, promettendo fino a 11.000 euro per chi rottama un’auto “inquinante”. Una misura presentata come lungimirante, moderna, responsabile. In realtà, è l’ennesima operazione di pura propaganda ideologica, stolta e completamente inefficace. Serve solo a dimostrare cieca fedeltà alla pianificazione europea e al dogma della “transizione ecologica”, senza alcun impatto concreto né economico né tantomeno ambientale. Si tratta, in sostanza, di 600 milioni di euro dei contribuenti letteralmente buttati via.

In Italia circolano oggi circa 41,3 milioni di autovetture (fonte: ACI, Annuario Statistico 2025). Di queste, oltre 18 milioni sono classificate come Euro 0, 1, 2, 3 e 4: 1,5 milioni Euro 0, 850.000 Euro 1, 2,5 milioni Euro 2, 5,7 milioni Euro 3, 10,6 milioni Euro 4. Si tratta del 45% del parco auto circolante. Secondo la logica dirigista delle ecofollie – che noi respingiamo alla radice – bisognerebbe quindi rottamare e sostituire tutti questi veicoli. Ma con quali risorse?

Basta un calcolo da terza elementare: 18 milioni di veicoli × 8.000 euro di incentivo medio fanno 144 miliardi di euro. I 600 milioni stanziati coprono meno dello 0,5% del fabbisogno potenziale. Una misura simbolica, che non risolve nulla, non cambia nulla e non incide in alcun modo sulla qualità dell’aria – ammesso e non concesso che l’elettrificazione sia davvero “ecologica” – né sulla modernizzazione del parco circolante.

Il paradosso è che, anche accettando per assurdo la logica statalista eco-gretina – che noi rigettiamo in toto – il provvedimento resta una farsa e va denunciato, perché i soldi impiegati sono i nostri.

Chi ha un ISEE inferiore a 30mila euro difficilmente può permettersi un’auto elettrica da 35mila/40mila euro, anche con l’incentivo. Il bonus finirà nelle mani di pochi, tra chi già può acquistare un’auto nuova e prenderà la decisione di comprarne una elettrica, mentre milioni di italiani continueranno a guidare veicoli vecchi, ma non per scelta, per necessità.

Ma da dove arrivano questi fondi? Dal PNRR, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, finanziato tramite il programma europeo Next Generation EU. Ed è qui che si svela il nodo politico. È qui il cuore del problema. L’Italia è lo Stato che ha chiesto e ottenuto più fondi di tutti: circa 240 miliardi di euro tra prestiti e trasferimenti, contro i 69 miliardi della Spagna e i 39 della Francia (fonte: Commissione Europea, 2024). Uno scarto enorme. Mentre il governo lo presenta come un successo, dovrebbe invece essere fonte di profonda vergogna nazionale. Non è un primato virtuoso, ma la dimostrazione della nostra dipendenza fiscale e politica da Bruxelles. Abbiamo accettato vincoli, debito e subordinazione in cambio di denaro europeo vincolato a progetti imposti, non scelti.

La cosiddetta “transizione ecologica” non nasce da dinamiche di mercato, ma da una pianificazione burocratica: è il superstato europeo che decide cosa si produce, cosa si incentiva, cosa si rottama. Lo Stato nazionale esegue. Giorgia Meloni, che in campagna elettorale si era presentata come argine all’ecologismo ideologico, oggi è perfettamente allineata e china la testa. Non solo non contrasta le follie “green” dell’Unione, ma le alimenta, le finanzia e le difende con questi grotteschi ed inutili “bonus”.

Altro che patrioti contro le élite: qui c’è solo sudditanza, travestita da pragmatismo. Ed è qui che si tocca il vero nervo scoperto della leadership meloniana: l’ambiguità permanente, il doppio binario, la retorica identitaria a uso elettorale che si sbriciola nei fatti davanti al potere reale. Meloni gioca su tutti i tavoli, su troppi, ma disattende puntualmente le sue promesse fondamentali. Il suo governo, lungi dall’essere un argine al costruttivismo europeo, ne è strumento obbediente, anche a costo di buttare soldi dei contribuenti per finanziare politiche inutili e dannose.

Questa misura è solo l’ennesima prova. Non siamo davanti a una scelta “verde”. Siamo davanti a un piano costruttivista travestito da progresso. E ogni liberale coerente, ogni cittadino che crede nella libertà economica, nel merito e nella responsabilità individuale, ha il dovere di smascherarlo per quello che è: un inganno ed una truffa pagata con i nostri soldi, in nome della nuova fede “ecologica” imposta dal superstato UE di cui il Governo Meloni è fedele servitore.

Andrea Bernaudo, 8 agosto 2025

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