Caffè avvelenato

Meloni no, il vescovo seminudo sì: c’è arte e arte

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Qui al bar pensiamo – e a quanto pare lo dice anche la legge – che restaurare un affresco piazzando su un angelo il volto di un politico sia sbagliato e che, in generale, un restauro debba ripristinare lo stato precedente delle opere, non trasformarsi in una specie di esibizione satirica. Perciò non potevamo gradire il dipinto di San Lorenzo in Lucina a Roma, con Giorgia Meloni nei panni di un cherubino.

Però ci fa abbastanza ridere che denunciare questa farsetta artistica – con cui il premier, ovviamente, non ha nulla a che vedere: iniziativa del pittore – sia stata la priorità del Pd. E che il Vicariato e il Vaticano si siano mossi con tanta solerzia per far cancellare lo scempio. Soprattutto alla luce di altre circostanze nelle quali la Chiesa non si è fatta scrupolo, diciamo così, di alterare la tradizione e, anzi, ha incoraggiato la realizzazione di opere di gusto per lo meno discutibile.

Ad esempio, l’affresco della Cattedrale di Terni, opera dell’artista omosessuale argentino Ricardo Cinalli, che aveva rivendicato il carattere omoerotico della sua rappresentazione, in cui si vede Gesù risorto trascinare in paradiso gay e trans. Tra costoro, c’era un altro personaggio reale: non la Meloni, non Matteo Salvini, bensì monsignor Vincenzo Paglia, già vescovo della città umbra, raffigurato nudo e abbracciato a un povero. Si vede che ci sono angeli e angeli. E che quelli di destra sono sempre demoni.

Il Barista, 5 febbraio 2026

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