
Se non si tratta di un primato assoluto poco ci manca. Difficilmente, infatti, guardando alla storia repubblicana, si riesce a trovare traccia di un esecutivo di coalizione tanto longevo e, al contempo, cotanto stabile nell’indice di gradimento tra gli italiani. Dopo aver superato, nel corso degli ultimi mesi del 2025, i governi Renzi e Craxi I, rispettivamente quinto e quarto in termini di longevità, l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni si attesta oggi nel terzo gradino della classifica dei governi più longevi, secondo solo ai 1287 giorni del Berlusconi IV, obiettivo raggiungibile da Meloni già nei primi mesi del 2026, e al record, tuttora vigente, dei 1412 del Berlusconi II, eguagliabile, tuttavia, dall’esecutivo in carica nei primissimi giorni del prossimo settembre.
Salvo clamorosi ribaltoni, che assai difficilmente arriveranno, il nuovo anno potrà dunque regalare a Giorgia Meloni anche la gioia di un primato per tanti versi del tutto inaspettato nel settembre 2022. In termini di apprezzamento, invece, a conclusione del 2025 si stima, almeno stando alle rilevazioni effettuate da Pagnoncelli per Il Corriere della Sera, un indice di 42, in crescita di un punto rispetto al 2024, e in leggero calo rispetto al momento dell’insediamento, probabilmente il decremento meno significativo dopo più di mille giorni di governo, guardando anche al calo ben più consistente fatto registrare a suo tempo dai governi Renzi e Berlusconi IV.
In leggera crescita rispetto a un anno or sono anche il gradimento verso Giorgia Meloni, stimato intorno al 43, in moderato e fisiologico calo rispetto al momento del suo insediamento. Ancor più significativo il dato relativo alle intenzioni di voto, con FdI che fa segnare un’ulteriore crescita rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, dato in costante crescita dalle Politiche 2022, nonostante 1165 giorni di governo e il catastrofismo apocalittico dei partiti d’opposizione che, al contrario, faticano dannatamente a reggere il confronto con la premier.
Se i sondaggi parlano di una lieve flessione del Pd rispetto a un anno fa, a vantaggio di qualche decimo percentuale guadagnato dagli alleati del M5s, assai più impietoso appare il confronto tra i leader. Da un lato c’è, infatti, una coalizione di governo trascinata dal lucido pragmatismo e dalla visione strategica di Giorgia Meloni, leader trasversalmente apprezzata all’estero e con un indice di consenso stabile in Italia, rimasto costantemente intatto nel tempo nonostante i gravosi impegni derivanti dall’azione di governo, l’eterogeneità delle posizioni dei partiti di maggioranza e i feroci attacchi piovuti da media, intellettuali e forze politiche d’opposizione. Dall’altro, si registra, invece, l’inconsistenza dei principali interpreti di un progetto campolarghista che stenta ancora a decollare, frenato dalla scarsa concretezza dei suoi potenziali leader, dall’irrilevanza della proposta politica e dalle frizioni interne alla coalizione e, nel caso specifico del Pd, persino al partito.
Se, dunque, le ragioni del consenso di cui gode Giorgia Meloni, e, conseguentemente, il suo esecutivo, possono essere ricondotte ai meriti, innegabili, del presidente del Consiglio italiano, autentico gigante in mezzo al nulla, allo stesso modo, non si possono fare a meno di evidenziare i demeriti di Elly Schlein e compagni, logorati dalle lotte intestine e dalla loro stessa pochezza. Il risultato che ne consegue è una situazione di completa e inusuale piattezza, con i due principali leader d’opposizione a scannarsi tra loro per qualche insignificante decimo percentuale, così come i due vice premier, anch’essi alle prese con una corsa tutta interna al centrodestra per ascendere al ruolo di secondo partito di governo, e con un progetto centrista inconsistente quanto e più dello stesso campo largo. Il tutto, a totale vantaggio di Giorgia Meloni, sempre più stabile, sempre più leader, sempre più protagonista della storia repubblicana.
Salvatore Di Bartolo, 2 gennaio 2026
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