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Mentre il mondo cambia, Germania e vertici Ue sono sotto shock

Sono molti i segni di sbandamento strategico che vengono dalla Germania, in particolare nel campo della politica economica. E poiché in materia l’Ue segue la Germania, la confusa incertezza europea, già notevole da tempo, non fa che accentuarsi.

Peter Altmaier, ministro Cdu dell’Economia, inaugura su due temi essenziali – concorrenza e aiuti di Stato – una linea che rovescia l’ortodossia economica dell’Unione. Da un lato firma con il collega francese Bruno Le Maire un manifesto che propone di dare al Consiglio Europeo (l’organo che raduna i leader degli Stati membri) la facoltà di ribaltare le decisioni della Commissione su fusioni&acquisizioni: in questo modo, dopo il recente sgarbo del no antitrust alla fusione Siemens-Alstom, spera di rafforzare la propria “base industriale”, minacciata dall’incombente espansione cinese, favorendo la crescita di “campioni europei”. Dall’altro lato Altmaier immagina di bloccare l’ascesa di Pechino nell’high-tech, condotta attraverso l’acquisto di società con elevato know how, permettendo al capitale pubblico di entrare a scopo difensivo nell’azionariato delle imprese-bersaglio (senza incorrere nell’accusa di fornire aiuti di Stato). È una deviazione rilevante dall’ideologia market-friendly dominante nell’Ue.

I socialdemocratici della Spd, junior partner della Cdu nel governo Merkel, vogliono superare i sottopagati mini-jobs, introdotti da Schroeder (ultimo cancelliere Spd) a inizio secolo e ritenuti un fattore-chiave del successo economico tedesco, elevando la retribuzione minima a 12 euro l’ora e rendendo più facile l’accesso ai sussidi di disoccupazione (estesi su tempi più lunghi). Anche per le pensioni minime, ora a 447 euro mensili, la Spd propone aumenti. Tutto ciò mette in discussione i cardini dell’impianto mercantilista (basso costo del lavoro – e quindi bassi consumi interni – per dare forza all’export) che ha guidato per anni la politica tedesca. La Spd, ridotta ai minimi termini dopo anni di crisi, non è più in condizioni di accettare la cura (letale) dell’alleato Merkel e cerca per sopravvivere di ritrovare l’originaria ispirazione di sinistra: la grande coalizione Cdu/Csu-Spd traballa seriamente.

In un discorso alla conferenza di Monaco sulla sicurezza la Merkel, preoccupata per la prospettiva di dazi sulle auto, rimpiange i bei tempi della coesione atlantica e critica Trump per averla lacerata. Il timing non è però felice: la Germania ha appena confermato lo sviluppo di Nord Stream 2 (raddoppio del gasdotto dalla Russia), che implica un forte legame con Mosca, e si è accorta solo da pochi mesi del pericolo costituito dalla spregiudicata strategia commerciale (soprattutto high-tech) della Cina con cui per anni ha condiviso, in un’alleanza di fatto, i principi di politica economica. Ritrovarsi – quasi isolati – in contrasto con le due principali potenze mondiali è un problema.

Il filo che unisce queste mosse disparate è chiaro: la strategia dei continui avanzi commerciali (fra i 300 e i 400 miliardi di euro ogni anno da un decennio) è in crisi: cala la produzione industriale, l’export fatica, la divergenza economica e i contrasti politici dentro l’Ue – strumento essenziale della proiezione di potenza tedesca nel mondo – non fanno che aumentare. Non è una crisi temporanea: ci sono ragioni strutturali che non si dissolvono a breve. La Cina ha difficoltà nel continuare a gonfiare l’enorme debito con cui ha alimentato la sua crescita (che infatti comincia a calare). Gli Stati Uniti, che a lungo hanno assecondato Pechino (porte aperte all’export, tolleranza per i furti di proprietà intellettuale e per la chiusura del mercato interno), cambiano linea e, per salvare dal declino il proprio tessuto industriale, scendono in battaglia contro le politiche mercantiliste (asiatiche ed europee).

La scena politica internazionale si sta trasformando. Molti fra i popoli l’hanno capito da tempo – come mostrano i risultati elettorali in tanti Paesi. I sapienti, da Soros a Fubini, cominciano a vederlo adesso. La Germania e i vertici Ue per ora sono sotto shock. Sono in arrivo sorprese.

Antonio Pilarti, 22 febbraio 2019

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3 Commenti

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  1. Mi sa che involontariamente,il Pilati,ci ha reso un’articolo pro-UE su cui si potrebbe porre l’attenzione sul fatto che anche la Spagna è tentata all”entrata nel trattato di Aquisgrana e con buona probabilità la bocciatura al governo Sanchez sulla finanziaria è stata podromica,da parte del pp e ciudadanos,per spegnere il sopravanzare populista di vox,in chiave di salvataggio dell’ingresso.
    Dall’articolo di Pilati emerge una visione d’insieme che si declina,per forza,in una unione sempre più stretta tra gli stati europei.
    Perlomeno tra i 4 maggiori che sono Germania,Francia,Italia e Spagna che erano coloro che nel 2016 si ascrivevano nel primo gruppo di una Europa a due velocità.
    La Francia e la Germania hanno dato attuazione a tal proposito,viste le prospettive globali descritte dal Pilati.
    Senza campioni industrial-tecnologici sovranazionali nn si riuscirà a restare al passo con Cina e USA,dove la prima ci “comprerà” e la seconda si ritirerà in un’autarchia declinante.
    La UE ad oggi risulta ancora il primo mercato mondiale,ma la sua sussistenza in tal primato si sta oramai esaurendo su una visione meramente di rendita dove le varie eccellenze,se relegate nei confini di una singola nazione in lotta(per le briciole sovraniste)con altre eccellenze relegate anch’esse,lascerà la strada libera alle megaindustrie cinesi.
    Io sono dell’idea che con la Cina ci siano molti punti di contatto nelle visioni di crescita,ma le si possano attuare soltanto opponendosi,affiancati come due massi l’un vicino all’altro.
    Senza il passaggio forzato ad una integrazione totale,sopratutto industrial-tecnologica,come Europa andremo incontro ad un veloce ridimensionamento di prospettiva di crescita.
    Oltremodo come monoblocco UE,si potrebbe avere un rilevantissimo impatto politico-economica sulla Russia,aprendo la stessa ad un suo ingresso nella confederazione tanto agognato da ambo le parti.
    Una UE monolitica,con una Russia all’interno,con una Cina “addomesticata” ad una visione politica liberalsocialista sarebbe il culmine di una nuova visione anche nell’esplorazione dello spazio.
    Se ciò nn dovesse avvenire,la Cina potrebbe perdere quella sua declinazione confuciana sotto la spinta di una primazia mondiale,la stessa che ha portato gli USA da salvatori dediti ad una visione globale liberale,a meri sovranisti col culo degli altri.
    In pratica cambieremo inchippettatori e,ho l’impressione,nn sarà “soft power”,ma “strong power”.

  2. La Germania ha sorprendemtemente dimenticato la crisi del 1873
    causata esattamente da questa politica di Free Trade e in particolare la ha dimenticato la conclusione di Bismark che disee di odiare tutto quello che cominciava con Free…
    Quella crisi duró fino a quasi il 1890, per cui Angela Preparati!!

  3. La soluzione mercantilista ai mali del mondo? La trasformazione dei monopoli statali (socialismo), attraverso la strada della libera concorrenza (liberismo) per giungere alla meta ideale del mercantilismo neoliberista, che di liberale ha poco e nulla, il mondo dei monopoli privati. La scusa è sempre la stessa, la necessità di difendersi dai 2 blocchi esterni, cina e stati uniti. Eppure i 2 giganti in questione, seppur vero che siano da fronteggiare, sembrerebbero tutto tranne che esempi da seguire. Pensando all’Italia qual’è stato il perno del passato successo? Mica le PMI? Quindi l’opposto dell’oligopolio, quando non monopolio, promosso dall’ortoliberismo, dall’UE e dalle nuove frontiere della moderna ignenieria finanziaria di cui l’M&A è la massima espressione. Altra scusa geniale, sopratutto dalle nostre parti, per promuovere la bontà di queste ricette, sarebbe il contenimento del debito pubblico, come se queste neo meraviglie “private” non fossero il frutto di un debito ancora più monstre, quello privato corporate. E che dire degli altri gravissimi propulsori di questo pseudo successo, la delocalizzazione del lavoro, la deflazione salariale con conseguente depressione di consumi e crescita, elusione fiscale generalizzata che poi trattasi d’esportazione di ricchezza per non pagarci le tasse, tutte fondamenta di un futuro successo economica garantito, anzi, la soluzione è promuovere questo modello ancora di più. Dio ci salvi dalla competenza dilagante

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