Non a caso si diventa santi. Sotto la Stazione Termini Madre Teresa di Calcutta aveva visto ciò che Roma fingeva non esistesse. E voleva che lo sapesse anche il Palazzo. Lei e monsignor Donato De Bonis numero due dello IOR, mi dissero che dovevamo portare Giulio Andreotti in un posto segreto. Il Divo accettò subito, con una delle sue proverbiali battute: certo non sarà mica un postribolo. Era peggio.
Nel cortile di Palazzo Chigi arrivò, con a bordo la futura Santa, una Fiat 127 bianca guidata da una suorina vestita con il sari bianco e blu e come passeggero De Bonis che Andreotti come Cossiga, Eduardo de Filippo e Sophia Loren, chiamavano semplicemente zio Donato.
Per raggiungere il sottosuolo della stazione si scendeva da una stretta scala ripida, viscida. Ad ogni gradino l’aria diventava lezzo, dopo pochi metri era insopportabile. Le esalazioni di urina, muffa, sudore acido e carne consumata ti aggredivano i polmoni. Andreotti, con l’inseparabile maresciallo Buttarelli procedeva con il suo passo svelto, Lei era davanti e avanzava come se quell’inferno fosse casa sua.
Corpi sporchi, piagati, occhi spenti di indifferenza, Madre Teresa si fermò, puntò il dito verso il premier e lo apostrofò dicendo che un deputato di Roma si doveva vergognare, che neppure a Calcutta aveva mai visto una cosa simile. Non alzò la voce. Non ce n’era bisogno. Andreotti abbassò lo sguardo ma con la mente già all’opera per trovare una soluzione.
Era il 1978, l’anno dei tre papi, il più buio della Repubblica tra terrorismo e Stato assediato. L’Italia era sospesa tra le Brigate Rosse e il Palazzo. Aldo Moro rapito e ucciso nel cuore di Roma.
Ma pochi mesi dopo quell’incontro, una porta si aprì in Via dei Volsci, a San Lorenzo (che al tempo ospitava anche il collettivo vicino ad Autonomia Operaia). Sacro e profano. Nasceva così la prima casa in Italia della Santa. Nessuna inaugurazione, nessuna fotografia, nessun discorso. Andreotti aveva mosso i fili giusti. Lei era rimasta, come restano i santi, nel punto esatto in cui la ferita brucia.
Le Sue suore entrarono in quella casa come si entra in guerra ma senza scudi né protezioni. Cominciarono a raccogliere ciò che Roma lasciava cadere, a lavare ciò che Roma non voleva più toccare, a restituire un nome a chi era diventato solo un ingombro. Un sostegno però non sufficiente. E se nei palazzi si continua a trattare potere, nello scalo ferroviario in molti continuano a dormire per terra, tra sporcizia e topi, alimentando un senso sempre più diffuso di insicurezza tra i cittadini. Oggi il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e il capo della Polizia Vittorio Pisani stanno correndo ai ripari. Era ora.
Luigi Bisignani, per Il Tempo – Rubrica Bisi&Risi
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