Giustizia

Migranti e Albania, cosa puzza del giochino dei giudici

Prima sì, ora no. La Cassazione fa retromarcia sui centri voluti dal governo. Ma fare scelte politiche, così, diventa impossibile

Meloni albania migranti

Prima sì, ora no. A distanza di appena una ventina di giorni la Cassazione fa retromarcia sull’operazione Albania e rimette tutto nelle mani della Corte di Giustizia europea. Un radicale cambio di direzione rispetto alla decisione maturata dai giudici della Suprema Corte lo scorso 8 maggio, quando la Prima sezione penale aveva accolto un ricorso presentato dal ministero dell’Interno e dalla Questura di Roma, stabilendo la legittimità del trattamento riservato ai migranti, anche nella fase successiva alla presentazione della domanda di asilo.

Di fatto, la Cassazione aveva ribaltato le decisioni precedenti assunte dalla Corte d’Appello di Roma, chiarendo che, in base al Protocollo Italia-Albania, la struttura albanese di Gjader fosse a tutti gli effetti equiparabile a un Cpr italiano, precisando, peraltro, che la presentazione di una domanda di asilo non precludesse in alcun modo l’eventuale trasferimento dei migranti in Albania. Adesso, tuttavia, la Cassazione sembrerebbe nutrire dei dubbi in merito all’applicazione extraterritoriale delle norme che regolano il diritto di asilo, in quanto, secondo l’interpretazione dei giudici supremi, contrasterebbe con le direttive europee che garantiscono al richiedente asilo di attendere una risposta nel territorio dello Stato europeo ove è stata presentata la richiesta.

Risultato: la decisione viene ora rinviata alla Corte di Giustizia Ue, che sarà chiamata ad esprimersi in merito a due provvedimenti fotocopia nati da due ricorsi del Viminale contro la precedente decisione della Corte d’Appello di Roma di non convalidare il trattenimento dei migranti in Albania, adducendo quale motivazione la presunta incompatibilità con la direttiva europea in materia di accoglienza, secondo la quale, come detto, i richiedenti asilo dovrebbero restare nel territorio dello Stato membro fino alla decisione definitiva. La palla passa pertanto ai giudici del Lussemburgo, che dovranno esprimersi circa la compatibilità della norma in questione con il diritto comunitario mediante una procedura cosiddetta “accelerata”, più veloce rispetto a quella ordinaria, che comunque richiederà alcuni mesi perché si possa finalmente addivenire ad un giudizio definitivo.

Morale: le politiche migratorie di un esecutivo suffragato da un ampio consenso popolare, condivisibili o meno che siano, vengono ancora una volta ostacolate dalle interpretazioni, per di più discordanti tra loro, dell’autorità giudiziaria, per poi essere rimesse alla suprema decisione di un organismo sovranazionale, che, nei fatti, traccerà la rotta che il governo di uno Stato sovrano dovrà seguire per la regolazione dei propri flussi migratori.

Salvatore Di Bartolo, 30 maggio 2025

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