Cronaca

Milano, il padre di uno degli aggressori: “Lui vittima della situazione”. Siamo nei guai

Il genitore difende il figlio accusato della brutale aggressione di Milano. Un copione che alimenta impunità e nuove aggressioni

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Difendere il proprio figlio è per un genitore una fisiologica priorità, questo è assodato. Certamente esistono però dei limiti entro dei quali anche un padre dovrebbe fermarsi, nell’interesse e nel tentativo di rieducare e riabilitare il figlio dopo gli errori commessi. A quanto pare, però, per alcuni genitori la prole va difesa anche se è co-autrice di un’aggressione feroce e quasi omicida partita per una banconota da 50 euro.

Proprio così, si stenta a crederlo: il padre di uno dei membri della gang che a Milano ha rapinato e accoltellato un ragazzo di 22 anni, lasciandolo con danni permanenti al midollo spinale, difende il suo pargolo sostenendo che sia fondamentalmente una vittima estranea ai fatti. Si tratta del genitore di Ahmed Atia, uno dei maggiorenni arrestati, che ha scelto una difesa che non può passare inosservata, dicendo davanti alle telecamere dei giornalisti frasi come questa: “Mio figlio si è solo trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato”.

L’atteggiamento di questo genitore non può essere banalizzato come una giustificazione comprensibile di un padre preoccupato per il figlio: è una minimizzazione tragica, una narrazione che cerca di cancellare le responsabilità pesantissime di un giovane implicato in un episodio di violenza quasi letale. Secondo il padre di Atia, suo figlio non ha capito la gravità di ciò che stava accadendo; dopotutto “è senza esperienza” e “vittima della situazione”, ha sostenuto. Ma la realtà (testimoniata dalle intercettazioni e dai video) racconta una storia molto meno casuale di così. Atia non è un povero passante capitato lì per caso: il giovane, pur non materialmente armato di coltello, era lì vicino ai suoi complici e non ha fatto nulla per calmare la furia dei suoi amici. Soprattutto, contrariamente a quanto dice Atia senior, non c’è alcuna redenzione o disagio successivo al fatti nel comportamento del figlio: dopo l’aggressione, i ragazzi non erano pentiti. Anzi, nelle intercettazioni emerge un compiacimento autentico, unitamente a svariati auguri di morte.

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Ecco perché la linea del “non ha capito”, non regge seppur possa essere scaltra. Non c’è alcuna mancanza di comprensione né nessuna sfortunata serie di eventi randomici: quello che è stato compiuto da questi ragazzi è una violenza consapevole al 100%. Seguendo questo iter, il padre di Ahmed pensa di schermare il ragazzo e di edulcorare le sue enormi colpe, ma dimostra solo di essere parte del problema, di essere un meccanismo danneggiato di un grande sistema educativo che ogni giorno su vari segmenti della società fallisce e crea mostriciattoli armati di coltelli che giocano a fare i delinquenti. In tal senso le dichiarazioni di Atia padre sono utili a far comprendere quanto la superficialità genitoriale e la costante giustificazione creino il perfetto substrato per piantare il seme della microcriminalità, della violenza, del disrispetto. Finché ci saranno genitori pronti a difendere i figli davanti all’indifendibile, sarà più facile incappare in episodi come quello di sabato scorso.

Parallelamente a ciò, bisogna pensare al lato più difficile di questa storia: ci sono due genitori che hanno quasi perso un figlio di 22 anni, studente universitario, durante un weekend come tanti altri. A loro, cosa diciamo? Che ci dispiace? Non è sufficiente.

Alessandro Bonelli, 22 novembre 2025

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