Immaginate di trovarvi a Milano in una domenica di metà maggio del 1947. La guerra è finita da poco e la città, sebbene tenti di rialzarsi, porta ancora addosso le ferite brucianti dei bombardamenti. Eppure, ci sono ben 55mila persone che si accalcano disperatamente per assistere alla partita di calcio tra Inter e Juventus: un bisogno viscerale di normalità, quasi una fame di vita. All’improvviso, però, la pressione sugli spalti si fa insostenibile e un’intera gradinata collassa. Le persone precipitano le une sulle altre, le recinzioni si sradicano e negli spogliatoi i calciatori credono sia esplosa un’altra bomba. Miracolosamente non si contano vittime, ma quando la polvere si dirada rimangono solo cumuli di scarpe, giacche e borse abbandonate nel panico. È il momento esatto in cui un’infrastruttura materiale si arrende al peso di una nazione in febbrile trasformazione.
Questa vicenda è uno degli snodi da cui muove San Siro 1926-2026. I 100 anni della “Scala del calcio”, il documentatissimo saggio storiografico di Francesco Bogliari. Per quanto chi scrive sia ben lontana dall’essere un’esperta di tattiche calcistiche o di tecnicismi urbanistici, questo volume affascina proprio perché non si limita a parlare di sport: lo usa, piuttosto, come prisma per decifrare un secolo di storia collettiva. Attraverso un fitto scandaglio di fonti d’archivio, fotografie d’epoca, ritagli di giornale, persino i i verbali delle infuocate sedute del Consiglio Comunale, Bogliari svela l’inestricabile intreccio tra architettura, costume e potere politico.
La continua evoluzione di San Siro e il suo futuro
Pagina dopo pagina, sorge spontaneo domandarsi: è davvero sempre necessario sfiorare la tragedia, assistere a un crollo, prima che la politica si decida a modernizzare le infrastrutture pubbliche? Ripercorrendo i capitoli del libro, la risposta sembra purtroppo affermativa. Ogni anello di San Siro appare come una risposta fisica alle contraddizioni del proprio tempo: dall’essenzialità geometrica voluta da Piero Pirelli nel 1926 – priva di pista d’atletica per massimizzare la vicinanza al campo -, all’ampliamento monumentale degli anni Trenta piegato alla retorica di regime; dalle geniali rampe elicoidali del secondo anello nel 1955, nate tra aspri dibattiti tra chi esigeva case popolari e chi rivendicava il diritto allo svago per le masse lavoratrici, fino alla gabbia ciclopica del terzo anello per i Mondiali del 1990, con i suoi costi esorbitanti finiti negli echi di Tangentopoli.
San Siro, tra memoria e interessi
Oggi che si discute animatamente dell’abbattimento del Meazza a favore di un impianto polifunzionale che venga incontro agli interessi dei fondi d’investimento proprietari di Milan e Inter, il libro acquista un’urgenza ulteriore. Gli interventi degli anni Novanta hanno tradito la sobrietà originaria o hanno semplicemente assecondato la metamorfosi naturale di un monumento che, per sopravvivere, deve cannibalizzare se stesso? San Siro infatti ha forse smarrito l’armonia delle origini, ma ha guadagnato uno status iconico innegabile.
Se dovessimo radere al suolo tutto e ricominciare da zero, quale messaggio lascerebbe un nuovo stadio ai milanesi del 2126? Probabilmente non vedremmo più torri di cemento, bensì un’opera plasmata da flussi invisibili di dati o, al contrario, un simulacro mimetizzato tra boschi verticali e materiali a zero emissioni. Eppure, proprio come San Siro ci insegna, nessun edificio rimane per sempre ciò che i suoi costruttori avevano immaginato: ciò che oggi spacciamo per il trionfo dell’avanguardia ecologica e polifunzionale, tra cinquant’anni potrebbe apparire come l’ennesimo vezzo datato di un’epoca che pensava di aver capito tutto.
Ed è proprio questo l’obiettivo che raggiunge il libro di Bogliari, giunto sugli scaffali delle librerie proprio in questi giorni: guidarci con intelligenza e passione dentro la storia viva di un luogo che continua a custodire e raccontare l’anima, i sogni e le trasformazioni profonde di Milano e di un intero Paese.
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