Su Milano Quotidiano le recensioni e le cronache di Francesco Bogliari, giornalista, appassionato melomane e autore di “Piccole cronache musicali”. Uno sguardo libero, ironico e spesso controcorrente agli eventi musicali. Dalla lirica alla sinfonica, senza accademismi né reverenze, mescolando memoria personale, gusto per il racconto e giudizi affilati.
Il 2^ concerto per pianoforte e orchestra di Chopin piace alle istituzioni musicali milanesi, tanto che nell’arco di tre settimane all’inizio della stagione 2026-27 è stato eseguito per ben tre volte: prima la tredicenne Martina Meola al Conservatorio per la Società dei Concerti con l’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai diretta da Guido Ceretta; poi al Dal Verme con la diciottenne canadese Sophia Liu e il finlandese Pietari Inkinen alla guida dell’Orchestra I Pomeriggi Musicali; infine, nell’ultimo fine settimana, all’Auditorium il polacco Rafal Blechacz con il connazionale Dawid Runtz sul podio dell’Orchestra Sinfonica di Milano. Perché tanta insistenza su questa pietra miliare del concertismo classico? Sicuramente perché con la sua bellezza fa presa sul pubblico e riempie le sale, ma ci chiediamo: le tre istituzioni si sono messe d’accordo per consentire al pubblico di fare dei confronti oppure, più probabilmente, non si sono coordinate e hanno scelto ciascuna di andare sulla strada dell’“usato sicuro”? Chi scrive ama sommamente questo concerto, lo ha ascoltato centinaia di volte nella sua vita e ogni volta non se ne stanca; ma forse coordinarsi per evitare questo effetto da “giorno della marmotta” non sarebbe stato male. Pensateci quando progetterete la stagione 2027-28.
Blechacz: un Concorso Chopin non si vince per caso
Non abbiamo ascoltato Martina Meola; eravamo invece al Dal Verme per la giovane canadese di origini cinesi e ne abbiamo parlato in maniera lusinghiera su queste pagine. Ieri è toccato a Rafal Blechacz, vincitore nel 2005 del Concorso Chopin di Varsavia, il più importante del mondo per questo repertorio (quello che Maurizio Pollini vinse nel 1960). Bene, il quarantunenne polacco ha dimostrato che un Concorso Chopin non si vince per caso: la sua interpretazione, messa a confronto con quella di Liu (proponete tre esecuzioni dello stesso concerto in pochi giorni? è inevitabile che si facciano dei confronti), dimostra un interprete che oltre al virtuosismo della giovane canadese possiede un quid che Liu deve ancora trovare: il pathos. Blechacz ha aggiunto alla perfezione tecnica del gesto una eleganza elegiaca, una “sehnsucht”, desiderio struggente misto a nostalgia, che è propria di chi ha interiorizzato questa musica e ne ha fatto sangue del suo sangue. Un tocco cristallino, una cantabilità gentile, intima, raccolta, malinconica e insieme – sembra un controsenso ma non lo è – gioiosa.
L’orchestra, che in Chopin – come prevede la partitura – ha accompagnato con discrezione il solista, con il suo respiro profondo e rassicurante, è salita in cattedra nella seconda parte del concerto, in quella 5^ sinfonia di Čajkovskij che la compagine di Largo Mahler ha interpretato ben sedici volte nella sua storia fin dalla prima con Alun Francis del 1997, passando sotto bacchette prestigiose come quella di Rudolf Barshai, fino all’inaugurazione della stagione dello scorso anno alla Scala sotto la guida del suo direttore musicale Emmanuel Tjeknavorian.
Sul podio il debutto assoluto in Italia per Runtz
Sul podio venerdì sera c’era il polacco Dawid Runtz, direttore principale dell‘Orchestra Filarmonica di Zagabria e della Sinphonieorchester Liechetenstein, al suo debutto assoluto in Italia. La musicalità di Runtz ha qualcosa di assimilabile a quella del connazionale Blechacz: la capacità di far cantare l’orchestra con eleganza anche nei momenti di maggiore energia, come nel rutilante finale che sembra il paradiso dei timpani (menzione d’onore per Tommaso Scopsi) e degli ottoni; ma anche nei tanti passaggi cupi e introversi che si alternano ad aperture liriche dalla luminosità malinconica. Il celeberrimo inizio del secondo movimento, l’assolo del corno (Giuseppe Amatulli) che disegna una delle melodie più pure di tutti i tempi, raddoppiato dopo le prime battute dal clarinetto (Fausto Ghiazza), apre sempre il cuore del vostro cronista alla più intensa commozione. Abbiamo sentito altri assoli del corno da altri interpreti, alcuni più luminosi, altri più energici; qui Runtz chiede ad Amatulli una “nebbiosità” lenta e meditativa che coglie nel segno.
L’orchestra è ormai stabilmente su un’eccellenza di livello europeo, grazie alla “cura Tjeknavorian” iniziata due anni fa e destinata a consolidarsi ulteriormente. Speriamo solo che la compagine di Largo Maher superi le ennesime difficoltà economiche, che hanno accompagnato tutta la sua storia fin dalla fondazione nel 1993. Difficoltà comuni all’intero comparto lirico-sinfonico nazionale, che emergono periodicamente nei momenti di maggiore criticità relativi ai finanziamenti pubblici. Venerdì sera, prima del concerto, alcuni professori d’orchestra iscritti alla Slc Cgil spiegavano con gentilezza le loro rivendicazioni contrattuali e le loro preoccupazioni al pubblico che stava entrando. Il pubblico sta facendo la sua parte; attendiamo che i soci della Fondazione siano messi nella condizione di fare la propria.
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