Milano Quotidiano

Brilla la “Lucia” di Rosa Feola: l’opera di Donizetti alla Scala

La Lucia di Lammermour di Donizetti si regge sulla prodigiosa prova della protagonista. La direttrice Scappucci in crescendo, innocua la regia di Yannis Kokkos (e non in senso positivo)

Credito fotografico: Brescia & Amisano/Teatro alla Scala
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Su Milano Quotidiano le recensioni e le cronache di Francesco Bogliari, giornalista, appassionato melomane e autore di “Piccole cronache musicali”. Uno sguardo libero, ironico e spesso controcorrente agli eventi musicali. Dalla lirica alla sinfonica, senza accademismi né reverenze, mescolando memoria personale, gusto per il racconto e giudizi affilati.

L’ultima Lucia di Lammermour vista dal vostro cronista in teatro fu quella scaligera del 1992: l’orchestra era diretta da Stefano Ranzani, sul palco Renato Bruson, Vincenzo La Scola, Mariella Devia, regia di Pier’Alli. Poi il “belcanto” uscì quasi del tutto dal suo radar, che si spostò sul repertorio secondo Ottocento/primo Novecento, con l’eccezione di Rossini e in parte di Bellini. 35 anni senza Donizetti, a teatro, fino a venerdì scorso, quando ha deciso che era giunto il momento di ricucire questo strappo; che poi strappo non è mai stato, solo spostamento quasi impercettibile ma costante di gusti e interessi verso un repertorio diverso.

Come è stato il reincontro con il compositore bergamasco? Direi felice, nel senso che mi ha riportato alle emozioni musicali della prima gioventù, quando Lucia, Anna Bolena, L’elisir d’amore, Maria Stuarda, La fille du régiment, La favorite, Don Pasquale erano stabili nella mia playlist. E ho fatto la promessa a Gaetano di tornare a trovarlo più spesso a teatro.

Detto questo, lo spettacolo si è retto prevalentemente sulla prodigiosa prova della protagonista Rosa Feola: già da noi ammirata come Liù nella Turandot del centenario, ha incantato con la sua voce morbida, corposa e luminosa allo stesso tempo, omogenea in tutti i registri, un timbro purissimo, sovracuti di estrema potenza e precisione. L’allieva di Renata Scotto ormai non è più una promessa ma una certezza, una presenza fissa nei più grandi teatri lirici del mondo. Applausi intensissimi dopo la scena della pazzia (accompagnata dal suono straniante e misterioso dell’armonica a bicchieri anziché da quello più consueto del flauto) e alla fine dello spettacolo.

Piero Pretti, Edgardo, forse più verdiano che belcantista, un bel timbro, voce calda e luminosa dal volume non enorme, ha fornito una buona prova, e in quel capolavoro di tutti i tempi che è l’aria finale “Tu che a Dio spiegasti l’ali” il vostro cronista si è commosso, come ai tempi in cui, da giovane, ascoltava regolarmente Donizetti. Efficace l’Arturo di Leonardo Cortellazzi, mediocre invece l’Enrico di Boris Pinkhasovich, dall’emissione ruvida e greve, più verista che belcantista. Infine Michele Pertusi, Raimondo, ha dato una autentica masterclass di stile interpretativo: se si è grandi artisti si resta tali anche quando i mezzo vocali, per la legge dell’anagrafe, si vanno affievolendo. Signori, in piedi!

C’era attesa per la direttrice d’orchestra Speranza Scappucci, la prima donna italiana ad aver diretto un’opera alla Scala (I Capuleti e i Montecchi nel 2022). L’inizio è stato piuttosto faticoso, con l’orchestra non del tutto a fuoco e timbricamente opaca; in diversi passaggi si sono notati degli scollamenti tra buca e palcoscenico. Poi già dal secondo atto l’amalgama strumentale è migliorato, finendo molto bene il terzo atto. Visto come è cresciuto il risultato complessivo nel corso dell’opera, è assai probabile che nelle prossime recite (altre quattro da stasera al 17 luglio) la direttrice romana riesca a trovare un colore e una dinamica equilibrate fin dalle prime battute.

Innocua la regia di Yannis Kokkos, ripresa da Marco Monzini dopo la prima apparizione alla Scala nel 2023 sotto la direzione di Riccardo Chailly. Definire “innocua” una regia per alcuni è un complimento, per altri – come il sottoscritto – no. Chi scrive ama le regie sobrie e minimaliste, e questa per alcuni aspetti lo è, e non manca di una certa suggestione; ma in questo caso sobrietà e minimalismo significano piattezza e staticità. La scelta stilistica nelle scene e nei costumi (peraltro di per sé belli), è quella del “total dark”, più gotico che romantico, ma Lucia non è opera nera, è opera piena di sfumature; e la pazzia della protagonista ricca di sfaccettature psicologiche che ci sono sembrate non adeguatamente valorizzate dal regista. Infine la gestualità dei cantanti è apparsa generica, convenzionale: fare regia d’opera significa anche far recitare i cantanti, altrimenti si esegue in forma di concerto con i leggii, e tutto è più semplice.

Finiamo con il Coro istruito da Alberto Malazzi; non c’è notizia, perché ci sarebbe notizia – giornalisticamente parlando, il famoso “uomo che morde il cane” – una volta in cui cantasse male. Cosa che non è successa venerdì sera, non è mai successa prima e, crediamo, non succederà mai.

Articolo basato sulla recita di venerdì 3 luglio 2026.
Credito fotografico: Brescia & Amisano/Teatro alla Scala

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