Milano Quotidiano

Ebola, due casi sospetti in Lombardia: volontari rientrati dal Congo ricoverati al Sacco

Due italiani tornati in Italia dopo un periodo di volontariato nella Repubblica Democratica del Congo sono stati trasferiti all’ospedale Sacco di Milano per accertamenti

(immagine realizzata con l'intelligenza artificiale)
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Due casi sospetti di Ebola sono sotto osservazione in Lombardia. Due cittadini italiani residenti nel Comasco e rientrati dalla Repubblica Democratica del Congo sono stati trasportati all’ospedale Ospedale Luigi Sacco dopo l’arrivo in Italia.

I due avrebbero svolto attività di volontariato nelle aree orientali del Congo colpite dalla nuova epidemia di Ebola. Il trasferimento al Sacco — centro di riferimento nazionale per le malattie infettive ad alto rischio — ha fatto scattare verifiche e protocolli sanitari precauzionali. L’assessore lombardo Guido Bertolaso ha comunicato che ulteriori approfondimenti potrebbero far emergere che si tratta di casi di malaria e non ebola.

L’epidemia in Congo: oltre 900 casi sospetti

La notizia arriva mentre nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo continua ad aggravarsi l’emergenza sanitaria legata al virus Ebola. Secondo le autorità congolesi, i casi sospetti hanno raggiunto quota 904, concentrati soprattutto nella provincia dell’Ituri, considerata l’epicentro dell’epidemia. I decessi sospetti sarebbero almeno 119 secondo il governo di Kinshasa, ma altre stime regionali parlano di numeri che potrebbero arrivare fino a 220 vittime. A preoccupare gli esperti è soprattutto il ceppo Bundibugyo, responsabile dell’attuale focolaio e privo, allo stato attuale, di vaccini o trattamenti approvati.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato l’emergenza sanitaria pubblica di rilevanza internazionale e definisce “molto elevato” il rischio di un’espansione nazionale dell’epidemia nel Congo. Tra i fattori più critici indicati dall’Oms ci sono le diagnosi tardive, l’assenza di cure specifiche, la mobilità della popolazione e il collasso del sistema sanitario nelle aree di conflitto. L’Ituri, dove si concentra la maggior parte dei casi, è infatti una delle regioni più instabili del Paese: quasi un milione di persone risulta sfollato a causa degli scontri armati tra esercito e gruppi ribelli.

La situazione sanitaria sul campo viene descritta come drammatica dalle organizzazioni umanitarie. Medici Senza Frontiere ha denunciato l’aggravarsi dell’insicurezza nell’area, con strutture sanitarie in “condizioni catastrofiche” e personale medico costretto alla fuga. Anche la Croce Rossa segnala forti criticità nella gestione dell’emergenza, aggravate dai tagli agli aiuti internazionali che stanno causando carenze di dispositivi protettivi, kit diagnostici, visiere, tute sanitarie e materiali per la gestione in sicurezza delle vittime. Secondo gli esperti, proprio gli spostamenti continui della popolazione e le condizioni precarie dei grandi campi profughi potrebbero favorire un’ulteriore diffusione del virus.

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