Milano Quotidiano

Il data center più grande d’Italia nella “Silicon Valley” europea tra Milano e Pavia

Nel corridoio tra Milano e Pavia la sfida dei data center: investimenti miliardari e nuove infrastrutture digitali, ma anche timori su consumo di suolo, sicurezza, emissioni e impatto ambientale

(immagine realizzata con l'intelligenza artificiale)
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I data center stanno rivoluzionando la geografia del nostro territorio, ed in particolare di quel corridoio che unisce Milano a Pavia. Terre e Comuni con una lunga (e ancora fiorente) tradizione agricola, ma che avevano già conosciuto negli scorsi decenni un primo significativo cambio di pelle rivelandosi strategici per l’insediamento di capannoni industriali in serie e di siti per la logistica. Scelta naturale data la disponibilità di spazi relativamente ampia e la vicinanza con il capoluogo lombardo e le sue interconnessioni. Poi molti di questi capannoni sono stati abbandonati. Ma la transizione digitale sta offrendo una nuova occasione. Non certo priva di criticità e complessità.

I data center sono infrastrutture sempre più cruciali per le nostre vite

Abbiategrasso e Lacchiarella sono due tra i Comuni epicentro di questa svolta. Nel primo sorgerà un data center di 30mila metri quadri, nel secondo l’insediamento interesserà complessivamente oltre 200mila metri quadri, qualificandosi come l’intervento più grande d’Italia. In un contesto in rapidissima evoluzione, la politica cerca di stare al passo. E proprio questa settimana il consiglio regionale lombardo ha varato la propria nuova legge sui data center, nata per colmare un vuoto normativo e governare l’impatto di impianti così energivori ma altrettanto vitali. I data center sono divenuti infrastrutture cruciali per la nostra vita perché ogni nostro singolo gesto compiuto a pc o con lo smartphone, sia come privati cittadini che come imprese o realtà pubbliche, genera dati che esigono spazio fisico per essere memorizzati ed elaborati. Ovvero distese sempre più sterminate di server operativi H24. La nuvola del cloud, insomma, ha un disperato bisogno di poggiare i piedi a terra, e possibilmente sul cemento.

Il tema è articolato ma suggestivo perché ha molto a che vedere con il futuro del nostro territorio, le sue nuove economie ed equilibri che sembrano ancora da trovare. Ne abbiamo parlato raccogliendo le voci di chi sta lavorando per l’arrivo del data center a Lacchiarella e di chi invece vi si sta opponendo. Ma prima forniamo un po’ di contesto.

Il posizionamento strategico: i datacenter dove c’è la ricchezza economica

L’asse tra Milanese e Pavese intercetta ad oggi ormai oltre il 60% delle richieste nazionali per nuovi insediamenti tecnologici. Secondo la ricerca ProdAction del Politecnico di Milano, in Italia sono attivi attualmente 209 data center: ben 49 si trovano in Lombardia, di cui 33 nella sola area milanese. Il futuro a breve termine vede già 10 centri in costruzione e altri 23 in fase di valutazione. A lavori conclusi, la potenza installata raddoppierà. Una crescita che si riflette inevitabilmente sui terreni: il 39% dei nuovi progetti insisterà su aree verdi (greenfield), occupando circa 120 ettari complessivi, l’equivalente di centosessanta campi da calcio. In questo scenario, il Comune di Lacchiarella è diventato il centro di un’operazione finanziaria e industriale di portata continentale: un grande centro dati da 3 miliardi di euro gestito da Apto s.r.l. (società controllata dal colosso degli investimenti Pimco) che si candida, come detto, ad essere il più grande d’Italia. L’obiettivo è posizionare i server esattamente dove si produce la ricchezza economica, trasformando la vecchia area industriale ex AF Green, a ridosso del polo commerciale “Il Girasole”, in un gigantesco archivio digitale.

Violi (Lacchiarella): “Benefici enormi, quantificabili e che cambieranno il volto dei nostri servizi”

Antonella Violi, sindaca di Lacchiarella, spiega a Frontale: “Prima di tutto mi interessa fare chiarezza su un aspetto: l’area destinata all’insediamento non è assolutamente agricola, ma un’area ex industriale (l’ex AF Green) considerata edificabile dal piano regolatore dal 1965 con destinazione d’uso produttivo. Il privato proprietario avrebbe potuto iniziare a costruire insediamenti industriali o logistici tradizionali già oggi, senza confronto. Lo sviluppo del data center di APTO, invece, è stato vincolato a convenzioni urbanistiche stringenti a totale beneficio della comunità”. Quali benefici? La riqualificazione di una rotatoria esistente e la realizzazione di due nuove rotonde, piste ciclabili, un ponte ciclopedonale e la realizzazione di un nuovo teatro comunale da circa 5 milioni di euro. Ed ancora: l’ampliamento del palazzo comunale e interventi di riforestazione. “Parliamo di benefici enormi, quantificabili e che cambieranno il volto dei nostri servizi”, spiega Violi.

Un’infrastruttura digitale silenziosa, fuori dai confini del Parco e in un’area già industriale

Ma l’opera è contestata da parte della cittadinanza e da un combattivo Comitato. La sindaca rivendica: “Non stiamo occupando un solo metro quadrato del Parco Agricolo Sud Milano, un’area che io stessa ritengo vada protetta. I capannoni sorgeranno fuori dai confini del Parco, in un’area già destinata all’industria da decenni. La vera scelta era un polo logistico classico già autorizzato che avrebbe riversato sulle nostre strade migliaia di camion al giorno paralizzando la SP 40, e una infrastruttura digitale silenziosa, data center che garantiscono un abbattimento del traffico pesante stimato tra l’80% e il 90%. La scelta reale, dunque, non è tra mostri tecnologici e campi di margherite come qualcuno vuole far credere per propaganda”.

L’allarme del Comitato Ciarlasco: “Emissioni e rischio isola di calore ignorati”

Il portavoce del Comitato Ciarlasco Enrico Durante evidenzia invece le criticità: “Il rischio più grande, ignorato nei progetti, riguarda il fatto che questo mega-impianto rientra nella Direttiva Seveso sui siti a rischio di incidente rilevante. Per alimentare i sistemi di emergenza, si prevede uno stoccaggio di ben 4.200 metri cubi di gasolio in cisterne sotterranee. Una quantità che fa scattare i massimi protocolli di sicurezza, ma questo aspetto è stato tralasciato”. E poi ci sono timori legati all’inquinamento atmosferico: “Parliamo di 160 motori d’emergenza da 2,4 megawatt. Incrociando i dati tecnici dei generatori con i report ARPA Lombardia, il loro funzionamento produrrà circa 7 tonnellate all’anno di ossidi di azoto concentrate in poche ore di attività”. Infine, l’impatto termico: “L’azione combinata di oltre 170mila pompe di calore sprigionerà una densità tale da far impennare le temperature fino a 5 gradi in un raggio di un chilometro dai capannoni, generando un’isola di calore reale”. Il Comitato si è mosso ottenendo una inchiesta pubblica, strumento previsto dal codice ambientale, riuscendo a far riaprire i termini legali per la presentazione delle osservazioni ministeriali fissando una nuova scadenza al 7 giugno. Il confronto è dunque accesissimo e coinvolge attivamente la cittadinanza di un territorio che si è ritrovato in questi anni a divenire teatro di scenari di sviluppo digitale e tecnologico tanto stupefacenti quanto imprevedibili sino a pochi anni fa. Una storia che è ancora tutta da scrivere.

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