Milano Quotidiano

Il diritto al fine vita e la Lombardia che traccia la via

Sul fine vita Fontana e Bertolaso hanno deciso di tenere la barra dritta nonostante i mal di pancia in maggioranza. Una strada scomoda ma autenticamente liberale

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Parliamo di diritti. Di quelli che dividono, e che non portano like. Il diritto al fine vita. A terminare la propria vita se le condizioni sono insopportabili, perché malati completamente non autosufficienti, torture involontariamente generate da una medicina che può far sopravvivere ma non far vivere. Si aspetta da molto tempo una legislazione nazionale. Eppure, non la fa nessuno. Perché i cattolici insorgono, perché su questi temi c’è già un vastissimo consenso nella popolazione, ma nessuno si arrischia a percorrere la via dell’affermazione di quello che la Consulta ha già definito un diritto. Questo Parlamento ha incardinato un procedimento, ma è difficile che si arrivi a una legge.

E allora, che cosa sta facendo la Regione Lombardia? Supplisce. Non lo dice nessuno, perché la narrazione vigente e imperante è che la Regione è di destra, omofoba, contro i diritti, retrograda. Praticamente un presidio del Medioevo tra Varese e Milano. E invece, guarda un po’, la Regione ha stilato un vademecum sul suicidio assistito. E Attilio Fontana e Guido Bertolaso non mollano, su questa cosa. Con coraggio, in mezzo ai mal di pancia. Ma quando una cosa è giusta è giusta. E non c’è un centrosinistra che riconosca uno sforzo, il percorrere una via strettissima, scomoda. Su certe cose sarebbe meglio l’intesa ampia, non il silenzio peloso. C’è la solitudine di portare avanti delle rivendicazioni davvero liberali: liberi di fare quel che si vuole sul proprio corpo. Così come dovrebbe essere. Così come, prima in Lombardia e poi nel Paese, tra mille intoppi, alla fine sarà.

 

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