Un anno fa, all’alba del 21 agosto 2025, i blindati di polizia e carabinieri si presentarono davanti ai cancelli di via Watteau 7, nel quartiere Greco. Alle 7.30 lo storico centro sociale Leoncavallo, occupato in quella sede dal 1994, veniva sgomberato con un’operazione a sorpresa: l’ufficiale giudiziario era atteso per il 9 settembre, e l’anticipo colse di sorpresa gli stessi attivisti, tanto che l’edificio al momento dell’intervento era vuoto. Dodici mesi dopo, quel capannone è ancora chiuso, la trattativa per il ritorno è ferma e chi anima l’esperienza del Leoncavallo parla apertamente di un anniversario amaro: “Nessun segnale da politica e proprietà, un anno dopo siamo senza interlocutori“, afferma il comitato a Repubblica.
L’alba dei blindati dopo 133 rinvii
Lo sgombero chiuse una vicenda giudiziaria lunga più di vent’anni. Una sentenza ordinava la liberazione dell’immobile fin dal 2003, ma l’esecuzione era stata rinviata per 133 volte, tra tentativi di mediazione con il Comune e valutazioni di ordine pubblico. A rompere l’equilibrio era arrivata, nel 2024, la condanna della Corte d’appello che imponeva al ministero dell’Interno di risarcire con 3 milioni di euro la società della famiglia Cabassi, proprietaria dell’ex cartiera occupata. Quella mattina di agosto circa 150 persone si radunarono all’esterno dei cancelli, mentre la presidente dell’associazione Mamme antifasciste del Leoncavallo, Marina Boer, attribuiva l’accelerazione a “pressioni politiche”, citando gli incontri tra esponenti di Fratelli d’Italia e il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi.
Lo strappo istituzionale: Sala non avvertito
L’operazione aprì anche un caso tra Palazzo Marino e il governo. Il sindaco Beppe Sala dichiarò di non essere stato informato: “Per un’operazione di tale delicatezza c’erano molte modalità per avvertire l’amministrazione milanese. Tali modalità non sono state perseguite“. Il centrodestra rivendicò invece lo sgombero come atto di ripristino della legalità dopo trent’anni di occupazione. Il 6 settembre una grande manifestazione attraversò Milano in sostegno del centro sociale, mentre il Comune metteva sul tavolo la prima ipotesi di ricollocazione.
San Dionigi, la soluzione che non è mai decollata
L’alternativa individuata da Palazzo Marino era un capannone comunale di via San Dionigi, in zona Corvetto. L’ipotesi si è consumata nel giro di pochi mesi: l’area presentava amianto da bonificare, con costi stimati in circa 300mila euro, e una collocazione giudicata isolata. A gennaio 2026 l’associazione è stata formalmente esclusa dal bando per la cessione dei diritti di superficie, dopo che lo stesso collettivo aveva già annunciato la rinuncia. Da quel momento la parola d’ordine è tornata una sola, riassunta negli striscioni comparsi a febbraio in sei punti della città: “Via Watteau è il Leoncavallo“. L’intenzione dichiarata, però, segnava una novità rispetto al passato: rientrare in quello spazio “ma senza occuparlo”, attraverso una regolarizzazione.
Gli “ambasciatori” e l’offerta da 5 milioni caduta nel vuoto
Per costruire quel percorso il movimento ha designato due figure di mediazione, Sergio Cusani e Pino Tripodi, incaricati di trattare con la proprietà. Il punto più avanzato del negoziato è arrivato a giugno 2026, quando un gruppo di imprenditori disposti ad acquisire l’area insieme al Leoncavallo ha presentato alla famiglia Cabassi un’offerta da 5 milioni di euro, circa il doppio dei 3 milioni fissati dalla perizia estimativa. La risposta non è mai arrivata. “La proprietà non ha neanche preso in considerazione la proposta”, ha riferito Tripodi. L’8 giugno, davanti ai cancelli chiusi di via Watteau, il collettivo ha convocato una conferenza stampa pubblica con uno slogan che è anche una richiesta: “Decide la città”.
De Corato: “Prima paghino, poi si potrà parlare”
All’anniversario risponde da destra Riccardo De Corato, deputato di Fratelli d’Italia, vicepresidente della Commissione Affari costituzionali della Camera e già vicesindaco nelle giunte milanesi di centrodestra, che ribalta sul collettivo l’accusa di immobilismo. Chi ha ignorato le regole per decenni, sostiene, non è nella posizione di reclamare una sede: “È assolutamente inutile piangersi addosso se per anni non si sono rispettate le regole“.
Il deputato pone poi una condizione preliminare a qualunque tavolo: “Se davvero vogliono potere interloquire devono dimostrare innanzitutto di volere rientrare nell’ambito della legalità risarcendo ciò che devono al ministero dell’Interno e al Comune di Milano per il mancato pagamento della Tari“. Finché quel passaggio non arriverà, aggiunge, ogni protesta resterà a suo giudizio la prova che il centro sociale non intende cambiare metodo. De Corato difende infine la linea tenuta dal governo al momento dello sgombero, richiamando il principio secondo cui in uno Stato di diritto non possono esistere zone franche sottratte alla legalità.
Un anniversario ancora senza risposte
Il bilancio dei dodici mesi lo ha sintetizzato Marina Boer: “Abbiamo cercato di percorrere tutte le strade possibili. Ora questo percorso è in stallo“. Sul tavolo restano due letture inconciliabili: da una parte la richiesta di un negoziato che la proprietà non ha mai aperto, dall’altra la pretesa che il conto arretrato venga saldato prima di qualsiasi confronto. Nel mezzo, i fatti materiali non si sono mossi di un centimetro: l’immobile di via Watteau è vuoto e inutilizzato, il risarcimento milionario pesa sulle casse del Viminale, l’associazione non ha una sede e i Cabassi non hanno mostrato alcuna intenzione di vendere. È il paradosso con cui Milano arriva all’anniversario, con lo sgombero rivendicato come ripristino della legalità che ha prodotto finora un capannone chiuso e una partita che nessuno dei giocatori riesce a chiudere.
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(Immagine realizzata con Intelligenza Artificiale)


