Prima ancora delle impronte insanguinate, del Dna trovato sui coltelli e delle celle telefoniche, ci sono le parole pronunciate da Ahmad Abdelghani davanti al giudice. Frasi che, rilette dopo l’omicidio di Alessio Borelli, potrebbero aiutare a ricostruire il clima di ossessione e rabbia maturato nelle ore precedenti al delitto di Corsico. “Mi sentivo guardato dagli sconosciuti senza capirne il motivo”, aveva dichiarato il 39enne egiziano durante il processo per direttissima celebrato il 7 luglio. Abdelghani aveva raccontato che alcuni passanti osservavano il proprio cellulare e poi rivolgevano lo sguardo verso di lui. La spiegazione, a suo dire, era legata a un video che avrebbe cominciato a circolare. “Mi hanno spiegato che gira un filmato che mi avrebbe immortalato”, aveva sostenuto, facendo riferimento a immagini intime registrate insieme a un amico. Quell’amico era Alessio Borelli, il quarantenne trovato morto nel proprio appartamento il giorno successivo.
Le clip trovate nel cellulare della vittima
I video esistevano realmente. Gli investigatori ne avrebbero individuati due nel telefono di Borelli, verificando che erano stati inviati anche ad altre persone. La diffusione delle immagini rappresenta uno degli elementi presi in considerazione per chiarire il movente. Abdelghani avrebbe vissuto la vicenda come un’umiliazione, in un momento in cui il rapporto con Borelli era già deteriorato. Tra i due sarebbe esistita una relazione sentimentale iniziata circa un mese prima. La vittima aveva ospitato il 39enne, irregolare e senza fissa dimora, nel bilocale di via Parini. Negli ultimi tempi, però, Borelli avrebbe cominciato a frequentare altre persone e Abdelghani si sarebbe sentito escluso. Un amico del quarantenne ha riferito agli inquirenti che proprio questa situazione aveva provocato diversi contrasti. La mattina dell’omicidio il 39enne si sarebbe presentato nell’abitazione per recuperare le proprie cose. Da quel momento sarebbe scoppiata la lite conclusa con l’aggressione mortale.
La notte di follia a Lambrate gridando “Allah Akbar”
Le prime dichiarazioni dell’indagato erano state raccolte dopo un episodio avvenuto nel parco di via Tommaso Pini, nella zona di Lambrate. La sera del 6 luglio Abdelghani era comparso nell’area giochi con il volto coperto da una camicia blu arrotolata intorno alla testa. Aveva un coltello nella mano destra e, secondo i testimoni, minacciava le persone presenti gridando “Allah Akbar”. A chiedere aiuto erano stati alcuni volontari dei City Angels, avvicinati dall’uomo con atteggiamento aggressivo. Quando i carabinieri del Radiomobile erano intervenuti, il 39enne aveva reagito violentemente. Avrebbe cercato di riprendere il coltello dopo essere stato disarmato, strattonando e sputando contro i militari. Un carabiniere era stato morso e aveva riportato una prognosi di cinque giorni. Abdelghani avrebbe inoltre tentato di afferrare la pistola dal cinturone di uno degli operatori.
L’uomo era stato infine immobilizzato, sedato e accompagnato al Fatebenefratelli. Nel referto ospedaliero, secondo quanto riferito dal Corriere della Sera, sarebbe stato riportato che Abdelghani aveva dichiarato di essere affiliato all’Isis e di voler uccidere dieci persone.
Dopo le dimissioni dall’ospedale, Abdelghani era stato condotto in Tribunale con le accuse di resistenza, lesioni, porto abusivo di coltello e minacce. L’arresto era stato convalidato e il giudice aveva disposto il divieto di dimora a Milano e provincia. Fu durante quell’udienza che il 39enne parlò del video, delle persone che lo osservavano e della sensazione di essere continuamente additato. Il provvedimento, tuttavia, non gli impedì di tornare il giorno seguente a Corsico. Secondo l’accusa, Abdelghani raggiunse l’ottavo piano del palazzo di via Parini 11, dove Borelli viveva in affitto.
La lite che ha portato al delitto di Corsico
Intorno alle 9.30 dell’8 luglio alcuni condomini sentirono provenire dall’appartamento urla e ripetute richieste di aiuto. Una residente del palazzo di fronte raccontò di avere visto sul balcone una persona con il capo coperto, inizialmente scambiata per una donna con il velo, mentre veniva afferrata al collo da un uomo. Per gli investigatori quella figura poteva essere Abdelghani, riconoscibile dalla camicia avvolta intorno alla testa. I carabinieri arrivarono sul posto e suonarono più volte al citofono e alla porta, senza ricevere risposta. Dopo i tentativi di contatto lasciarono il condominio. Soltanto tre giorni dopo, in seguito a una nuova segnalazione per il cattivo odore proveniente dall’alloggio, i vigili del fuoco entrarono da una finestra.
Borelli venne trovato morto nella sala da pranzo. Indossava una maglietta bianca macchiata di sangue ed era rannicchiato con una sciarpa intorno al collo. A poca distanza dal corpo c’era un coltello con la punta spezzata. Una seconda lama si trovava nei pressi del divano. L’ipotesi investigativa è che uno dei due coltelli fosse stato utilizzato dalla vittima per tentare di difendersi. Il quarantenne sarebbe stato colpito con 14 coltellate. Quella mortale avrebbe raggiunto la giugulare. Borelli avrebbe anche cercato di telefonare al numero unico di emergenza, in un ultimo tentativo di chiedere soccorso.
Le indagini sono state condotte dai carabinieri della Compagnia di Corsico e dal Nucleo investigativo di Milano, con il coordinamento della pm Ilaria Perinu. Uno dei primi elementi raccolti nell’appartamento è stata un’impronta palmare insanguinata individuata sulla porta finestra. Il confronto con le banche dati avrebbe evidenziato 18 punti di corrispondenza con l’impronta di Abdelghani. Gli accertamenti dei Ris di Parma hanno successivamente rilevato il profilo genetico del 39enne sui coltelli, su una canottiera sporca, su un rasoio e su una goccia di sangue trovata nel bagno.
Le telefonate prima dell’omicidio
Alle tracce raccolte nell’abitazione si sono aggiunti gli accertamenti sui tabulati telefonici. Il cellulare utilizzato dall’indagato aveva agganciato le celle vicine a via Parini nella mattina del delitto. Da quella stessa utenza erano partite quattro chiamate dirette a Borelli, poco prima che la vittima tentasse di mettersi in contatto con il 112. L’identificazione del numero era stata possibile proprio grazie all’arresto della sera precedente. Abdelghani si era rifiutato di fornire il codice Pin del telefono, ma un carabiniere aveva effettuato una chiamata d’emergenza dal dispositivo bloccato e si era fatto comunicare dal centralino il numero dell’utenza, poi registrato nei sistemi delle forze dell’ordine.
L’incrocio tra l’impronta, le tracce genetiche, i tabulati e le testimonianze ha condotto al fermo del 39enne, rintracciato dietro la stazione di Lampugnano, in un’area frequentata da persone senza dimora. Abdelghani, arrivato a Lampedusa nel 2022 e già noto per precedenti per ricettazione e invasione di terreni, è accusato di omicidio aggravato dal rapporto affettivo con la vittima e dall’abuso dell’ospitalità. Resta ora da chiarire fino in fondo il movente. Le parole pronunciate davanti al giudice il giorno precedente al delitto, con il riferimento al video e alla convinzione di essere osservato e riconosciuto per strada, sono diventate uno dei passaggi centrali della ricostruzione investigativa.
Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).
Alessio Borrelli


