Milano Quotidiano

Quanto mi costa? Politica e promesse elettorali, Cottarelli: “Una legge per la trasparenza e per ridare fiducia ai cittadini”

L’economista rilancia con la Fondazione Luigi Einaudi il suo disegno di legge sulla trasparenza dei programmi. La petizione “Quanto mi costa?” supera le 31mila firme: “I partiti devono dire agli elettori dove prenderanno i soldi per i loro progetti”. L'INTERVISTA

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Un nuovo ascensore per il condominio, ma senza spiegare ai proprietari quanto costerà e dove saranno trovati i soldi. È la metafora scelta dalla Fondazione Luigi Einaudi per raccontare ciò che accade regolarmente nel “Condominio Italia”: partiti che, durante le campagne elettorali, annunciano riduzioni delle tasse, aumenti della spesa e nuove prestazioni pubbliche senza indicare in maniera trasparente le risorse necessarie a finanziarle. Da questa constatazione nasce “Quanto mi costa?”, la raccolta firme promossa dalla Fondazione Luigi Einaudi insieme a Carlo Cottarelli per riportare in Parlamento il disegno di legge S.550, dedicato alla trasparenza economica dei programmi elettorali.

 

La petizione, lanciata all’inizio di luglio, ha superato le 31mila adesioni. Chiede al Parlamento di discutere e approvare una proposta basata su un principio apparentemente elementare: quando un partito promette una nuova spesa o una riduzione delle imposte, deve specificarne il costo, le coperture e l’eventuale ricorso al deficit. La campagna non intende impedire proposte costose o ambiziose, ma consentire agli elettori di conoscerne in anticipo le conseguenze sui conti pubblici.

 

Il disegno di legge fu presentato da Cottarelli al Senato il 14 febbraio 2023, durante la sua esperienza parlamentare nelle file del Partito democratico. Il testo venne assegnato il 26 maggio successivo alla commissione Affari costituzionali, con il parere della commissione Bilancio, ma il suo esame non partì. La proposta prevede che i programmi forniscano informazioni quantitative sul costo delle misure espansive, sulle coperture e sulle conseguenze future per la finanza pubblica.

 

Cottarelli non è dunque soltanto il volto pubblico della petizione: è il primo firmatario e l’ideatore del provvedimento. Economista, già dirigente del Fondo monetario internazionale e commissario straordinario per la revisione della spesa pubblica, dirige l’Osservatorio sui conti pubblici italiani dell’Università Cattolica di Milano. Il suo nome, come noto, è tornato di attualità anche nel dibattito sulle elezioni comunali milanesi del 2027, dopo le aperture di esponenti di Forza Italia e di Azione a una sua possibile candidatura civica.

 

La campagna è stata presentata il 7 luglio a Palazzo Madama, con la partecipazione, tra gli altri, del senatore leghista Massimo Garavaglia. E qualcosa sembra già muoversi: ieri ed oggi la I commissione Affari Costituzionali del Senato ha iniziato a discutere il disegno di legge Cottarelli. La petizione può essere sottoscritta a QUESTO INDIRIZZO . Gli aggiornamenti sono disponibili anche sui canali della Fondazione Luigi Einaudi e sui profili di Carlo Cottarelli su X e Facebook. Milano Quotidiano ha intervistato Carlo Cottarelli per approfondire origine, contenuto e prospettive politiche della proposta. L’INTERVISTA

 

Professor Cottarelli, perché ha deciso di rilanciare proprio ora un disegno di legge presentato nel 2023 e rimasto fermo per oltre tre anni? Che cosa è cambiato nel dibattito politico per rendere questa proposta più urgente oggi rispetto ad allora?
Abbiamo ripreso questo discorso proprio perché in questi tre anni non è successo niente e serve fare qualcosa. La raccolta firme è finalizzata a far sì che il disegno di legge venga discusso. Il ddl fu presentato all’inizio del 2023, assegnato alla commissione competente del Senato e poi non si mosse più di un millimetro. Un primo risultato della raccolta firme, che oggi ha superato le 31mila adesioni, è che il provvedimento è stato incardinato. È una condizione necessaria ma non sufficiente, perché poi spetterà ai capigruppo stabilire se metterlo effettivamente in discussione. Trentunmila firme raccolte in poche settimane rappresentano comunque un ottimo risultato e a settembre proseguiremo la nostra campagna informativa. Possiamo dire che già oggi, quando raccontiamo in cosa consiste la proposta, nessuno si dichiara contrario. Del resto è un principio di assoluto buonsenso: se un partito promette qualcosa, deve indicare con quali risorse intende mantenere quella promessa. Può anche dichiarare di volerla finanziare a debito, facendo maggiore deficit, ma deve dirlo chiaramente agli elettori.

La petizione nasce anche dalla constatazione che i programmi del 2018 e del 2022 contenevano promesse molto costose e spesso prive di coperture chiare.
Le cifre complessive che avevo in mente erano quelle delle campagne elettorali del 2018 e del 2022. Secondo l’Osservatorio sui conti pubblici italiani, ci furono partiti che inserirono nei programmi promesse per 150 miliardi di euro l’anno. Nell’ipotesi di arrivare alla fine della legislatura, si sarebbe trattato di una somma pari a circa un quarto dell’intero debito pubblico italiano. Ciò che accade, invece, è che i vincitori delle elezioni, una volta arrivati al governo, ‘scoprono’ che i soldi non ci sono.

C’è una promessa elettorale degli ultimi anni che considera l’esempio più evidente di misura annunciata senza una copertura credibile?
Un esempio concreto riguarda le pensioni. Nel 2018 sia la Lega sia il Movimento 5 Stelle avevano promesso l’abolizione della legge Fornero, un intervento che avrebbe comportato costi molto elevati, stimati nell’ordine di una ventina di miliardi all’anno. Alla fine si fece qualcosa di molto più limitato con Quota 100 e, negli anni successivi, con Quota 102 e Quota 103. L’impatto effettivo delle misure fu quindi molto inferiore rispetto a quello della promessa originaria. Un altro esempio è il reddito di cittadinanza. Nella versione originariamente proposta dal Movimento 5 Stelle avrebbe avuto un costo di circa 15 miliardi di euro l’anno, mentre la misura poi concretamente introdotta impiegò risorse per circa sette miliardi all’anno. Se la legge fosse già esistita, i partiti avrebbero dovuto presentare agli elettori programmi più realistici, oppure dichiarare apertamente che quelle misure sarebbero state finanziate aumentando il deficit e il debito.

Il principio sembra difficilmente contestabile: ogni promessa dovrebbe indicare costi e coperture. Perché, allora, il Parlamento non ha mai avviato davvero l’esame del ddl?
Perché complicherebbe la vita ai partiti durante la campagna elettorale: sarebbero costretti a elaborare programmi più seri. Di contro, però, renderebbe la vita molto più facile ai cittadini. Se raccogliamo un numero elevato di firme, credo sia possibile porre i partiti di fronte a una domanda piuttosto imbarazzante: perché non volete approvare una legge di questo genere? È un discorso di trasparenza, non di destra o di sinistra. E potrebbe riportare i cittadini alle urne con una maggiore fiducia nei confronti della politica.

Lei insiste molto sulla natura bipartisan del provvedimento. Quali forze politiche, oggi, sarebbero davvero disponibili a sostenerlo fino all’approvazione?
Tre anni fa la prima firma al disegno di legge era la mia, ma aderirono anche altri esponenti del Partito democratico e di quello che allora era il Terzo polo. Firmarono, tra gli altri, Carlo Calenda, Raffaella Paita e anche Massimo Garavaglia della Lega. Oggi la petizione è stata sottoscritta e sostenuta da Azione e dai liberaldemocratici di Luigi Marattin. Ma ciò che ci interessa soprattutto, in questa fase, è far crescere il numero delle adesioni. Non si tratta formalmente di un disegno di legge di iniziativa popolare, quindi non sarebbe necessario raggiungere le 50mila firme previste per quel tipo di procedura. Considereremmo però simbolicamente molto importante arrivare almeno a quella soglia.

Chi dovrebbe stabilire se i conti presentati dai partiti sono credibili: l’Ufficio parlamentare di bilancio, la Corte dei conti oppure un organismo apposito?
Dovrebbe occuparsene l’Ufficio parlamentare di bilancio, un organismo tecnico e indipendente che già oggi svolge un ruolo molto importante nel controllo dei conti pubblici. L’Upb, per esempio, valida il quadro macroeconomico dei documenti programmatici di bilancio del governo. Non dovrebbe entrare nel merito politico delle promesse, né stabilire che cosa un partito possa o non possa proporre. Dovrebbe verificare le quantificazioni e rendere pubblica una valutazione sulla loro credibilità. Il controllo sui conti legati alle promesse elettorali esiste già in altri Paesi. Da decenni nei Paesi Bassi e, con forme diverse, anche in Svezia; successivamente sono arrivati sistemi analoghi in Australia e Canada e, più recentemente, in Belgio. Si tratta di una validazione, non di un intervento con poteri sanzionatori. Alla fine deve essere sempre il cittadino a valutare liberamente, ma deve poterlo fare sulla base di informazioni attendibili.

Il disegno di legge dovrebbe riguardare soltanto le elezioni politiche nazionali o potrebbe essere esteso anche ai programmi per le elezioni regionali e comunali?
Per ora il disegno di legge riguarda soltanto il livello nazionale. In futuro si potrebbe pensare anche alle elezioni locali, ma in quel caso sorgerebbe il problema di individuare l’organismo incaricato di validare i conti. A livello nazionale esiste l’Ufficio parlamentare di bilancio. Per le elezioni regionali e comunali la questione sarebbe più complicata e richiederebbe una soluzione istituzionale specifica”.

Rilanciare oggi questo tema significa anche tornare a esercitare un ruolo più direttamente politico?
Questa è un’iniziativa a sé stante e non prelude a nulla. Naturalmente non si può mai dire che cosa accadrà in futuro. Di certo c’è che si stanno avvicinando le prossime elezioni politiche e mi sono detto: o proviamo a farlo adesso, oppure se ne riparlerà tra cinque anni.

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