Rigenerazione urbana e nuovi equilibri urbani. Quale futuro per spazi di socialità, cultura popolare, lavoro fragile, memoria collettiva e sperimentazione? Le vicende dello Spirit de Milan e del Leoncavallo, pur molto diverse per storia, natura giuridica e rapporto con le istituzioni, riportano al centro lo stesso nodo: il confronto, spesso irrisolto, tra il valore sociale prodotto da alcuni luoghi e la forza degli interessi immobiliari e finanziari che attraversano Milano.
Milano Quotidiano ne ha parlato con Gabriele Rabaiotti, docente universitario ed esperto di rigenerazione urbana, già assessore alla Casa del Comune di Milano. Il punto, secondo Rabaiotti, non è contrapporre in modo schematico pubblico e privato, cultura e mercato, memoria e trasformazione. La vera questione è capire se la città disponga ancora degli strumenti per governare questi processi. “Abbiamo gli strumenti adatti per gestire questo intreccio tra interesse privato e pubblica utilità? Abbiamo, nel pubblico, le competenze per gestire questa relazione?”, si chiede. Servono, osserva Rabaiotti, “idee progettuali interessanti e coraggio imprenditoriale e, forse, un po’ di amore per questa città”. L’INTERVISTA
I recenti sviluppi delle vicende dello Spirit de Milan e del Leoncavallo – pur nelle loro diversità – ripropongono il tema del confronto tra esigenze di mantenimento e cura di spazi di cultura popolare, aggregazione, memoria collettiva e interessi del mondo immobiliare e finanziario. Quale dovrebbe essere il punto di sintesi?
Le questioni Leoncavallo e Spirit de Milan sollevano un tema importante per il futuro delle città e di Milano. Abbiamo gli strumenti adatti per gestire questo intreccio tra interesse privato e pubblica utilità? Abbiamo, nel pubblico, le competenze per gestire questa relazione? Le imprese sociali, le società benefit, le cooperative sociali di tipo B, le associazioni di promozione sociale e altro ancora rappresentano quella che chiamiamo “economia civile”. Siamo di fronte ad un mercato che cerca di produrre impatto sociale, a soggetti privati che in modi nuovi ed evidenti ricercano la pubblica utilità oltre al loro legittimo interesse. Ma se penso alla Locanda alla Mano, a Gustop, alla gelateria sociale Artis, a Opera in Fiore, a Spazio Aperto e a molte altre esperienze è chiaro che siamo di fronte a iniziative imprenditoriali costruite a partire dall’attenzione nei confronti delle persone fragili e marginali che cercano di inserirli nel mondo del lavoro, nella comunità locale e di renderli così parte della società che tende a escluderli.
Se il Leoncavallo dovesse diventare proprietario dei propri spazi, cambierebbe il suo ruolo politico e simbolico nella città?
Penso di sì. Ma questo non dipenderà tanto dal diventare proprietari (o occupanti con titolo) quanto dal fatto che sono cambiate la città e la società che la abita. Oggi Milano vive di rapporti di scambio con il mondo. Dobbiamo chiederci, in questa nuova geografia sociale, quale dimensione simbolica vada pensata e costruita e come questo ruolo possa essere giocato. Che cosa significa essere il Leoncavallo nella città di domani, quale sia il compito da assegnare a una nuova ‘avanguardia urbana’.
Esistono quartieri di Milano in cui la concentrazione di immobili inutilizzati è particolarmente significativa. Cosa ci racconta questa distribuzione sulla città?
Se parliamo di immobili dismessi, oltre agli alloggi vuoti sparsi nella città, le zone più sensibili sono quelle che fino a 20 anni fa erano caratterizzate dalle presenza da un tessuto di attività artigianali e di piccola industria. Oggi quelle attività sono sparite o si sono spostate lontano da Milano e quali spazi sono “molli”, meglio disposti alla trasformazione. Penso alle aree del Vigentino e di Morivione, alla Barona e al quartiere Restocco.
Come si può conciliare la conservazione del valore storico e culturale degli edifici con la necessità di renderli economicamente sostenibili?
Per poter conciliare il mantenimento di una identità storica con la spinta del mercato servono idee progettuali interessanti e coraggio imprenditoriale e, forse, un po’ di amore per questa città. Quando intorno a noi le cose funzionano le iniziative che raccolgono le eredità del passato e le propongono alla città in forma nuova riescono a produrre più valore di quello che riescono a fare gli interventi un po’ standardizzati che ci propongono un prodotto già conosciuto.
Milano viene spesso citata come laboratorio della rigenerazione urbana. Quali risultati considera davvero positivi degli ultimi dieci anni?
Tendo a preferire progetti che hanno sfidato la città rispetto a quelli mainstream che hanno assecondato la traiettoria già scritta dal mercato. Mi piace quello che è successo in via Tortona e in via Savona, il processo puntuale di rilancio dell’Ortica, la rigenerazione delle vie Pestalozzi, Watt, Ponti oltre alle iniziative che, all’inizio del Duemila, hanno costruito nella città alloggi in affitto a canoni accessibili (il Villaggio Barona, Bordo Sostenibile a Figino).
Quali interventi, invece, hanno mostrato limiti o criticità che sarebbe utile non ripetere?
Non parlerei di criticità. Le aree critiche e problematiche a Milano sono i quartieri popolari che, per molte ragioni e per troppo tempo, abbiamo colpevolmente dimenticato. Ci sono interventi che mi piacciono e mi interessano meno. City Life, Santa Giulia, sono progetti introversi che hanno preferito guardarsi dentro che non guardare fuori. Trovo che non si siano confrontati con la città intorno.
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