Milano Quotidiano

Una “Traviata” polverosa che non regge il passare del tempo. Ma grande esordio di Francesca Pia Vitale

Torna alla Scala l'opera di Verdi nella storica regia di Liliana Cavani

(Brescia e Amisano © Teatro alla Scala)
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Ci sono regie liriche che reggono il passare del tempo e altre che non lo reggono. Alle prime appartengono, tanto per fare un esempio recente, “Le nozze di Figaro” di Klaus Guth, nate vent’anni fa a Salisburgo e approdate il mese scorso a Roma: uno spettacolo fresco, vitalissimo, intelligente, vibrante, elegante nel suo minimalismo estremo, caratterizzato da un grande lavoro sulla recitazione dei cantanti che si muovono in maniera febbrile ma perfettamente coordinata all’interno dell’unica scena fissa che regge tutta l’opera. Così bello che, complice la direzione di Emmanuel Tjeknavorian e la prova eccelsa dell’intera compagnia di canto, il vostro cronista era uscito dal Costanzi camminando tre metri sopra il cielo.

Alle seconde appartiene invece “La traviata” di Liliana Cavani (93 anni magnificamente portati), messa per la prima volta in scena trentasei anni fa, che La Scala ha riproposto in questi giorni per la centesima volta da quel 21 aprile 1990. Una regia che già nelle scene (del peraltro grande Dante Ferretti) non sapeva decidersi se essere figlia di Zeffirelli o di Visconti, prendendo il calligrafismo del primo ma non l’eleganza aristocratica del secondo. Un eccesso di masse, l’ossessione di riempire il palcoscenico di persone e paccottiglie. Uno spettacolo che il vostro cronista vide già nel 1997 e nel 2001, lasciandolo freddo, e che oggi gli è parso ancor più vecchio, stantio, polveroso, lasciatemi dire: banale. Prendendo a prestito il titolo di uno spassosissimo librino “ottocentesco” di Marco Malvaldi, si sentiva “odore di chiuso”. 

Però, detto questo, è uno spettacolo che funziona come acchiappa-spettatori, dodici recite sold-out (e sarebbe stato tutto esaurito anche con trenta recite), il paradiso del “melomane medio” (copyright di Alberto Mattioli), “La traviata” perfetta per una prima volta, tanto è didascalica, scolastica, pedissequa nella sua trasposizione del libretto. La gioia dei sovrintendenti perché riempiono la sala fino all’ultimo strapuntino, dal momento che un grande teatro non può vivere solo di sperimentazione, di opere rare e di regie d’avanguardia, che con i loro non infrequenti eccessi quegli strapuntini non riempiranno mai. Quindi viva Liliana Cavani e viva anche Franco Zeffirelli, la cui ancor più archeologica “Bohème” sarà in scena al Piermarini tra febbraio e marzo 2027 (ma, per dare un contentino a quelli come me che rappresentano lo zero virgola dell’opinione lirica, a febbraio tornerà anche il meraviglioso “Don Giovanni” di Robert Carsen, vecchio di “soli” 16 anni e ancora vitalissimo, rivisto con grande godimento nel 2022).

E passiamo alla parte musicale. Qui l’umore del vostro cronista è del tutto diverso, perché musicalmente lo spettacolo è stato di alto livello. Michele Gamba (che avevamo apprezzato nel “Rigoletto” di Martone del 2022 ma ci aveva lasciato perplessi nella “Turandot” del 2024) dirige con eleganza e sensibilità: bellissimi i due preludi del primo e del terzo atto, nei quali si concentra tutto il dolore del mondo per la sventurata Violetta; il direttore milanese non fa mai sovrapporre l’orchestra ai cantanti (la frizione gli sfugge solo nella scena iniziale della festa, quando gli ottoni si fanno sentire troppo rispetto al resto dell’organico, ma è questione di poche battute).

Ed eccoci a lei, Francesca Pia Vitale, al debutto assoluto nella parte. Non si poteva sperare in un esordio migliore per la trentunenne cantante campana diplomatasi nel 2020 all’Accademia della Scala: un timbro personalissimo, caldo e morbido, caratterizzato da un vibrato elegante e luminoso, un fraseggio di gran classe; la capacità di tenere dei pianissimi densi di pathos, ma quando la voce si espande al massimo della tensione emotiva nell’”Amami Alfredo” si capisce che la cantante ha il dominio assoluto di tutti i registri e di tutte le situazioni drammaturgiche. Perché sa anche recitare e sta in scena come una regina. Probabilmente è nata una stella ma adesso proteggiamola, facciamola crescere con un repertorio che non le distrugga la voce a 40 anni; facciamole cantare tanto Mozart, da Susanna a Pamina alla Contessa fino a Donna Anna; facciamole cantare Donizetti, Bellini, anche Mimì, ma, vi prego, per Tosca, Turandot, Norma, Lady Macbeth, Elektra, Santuzza aspettiamo qualche anno!

Alfredo Germont è stato un elegante, commovente, nobile Ivan Ayon Rivas, che ha sfoggiato un colore verdiano in purezza oggi così raro da trovare.

Mentre mi sia permesso uno sfogo su Amartuvshin Enkhbat, il baritono mongolo che Domnineddio ha dotato di uno strumento vocale di impressionante potenza. Sarai anche il baritono più bravo in attività, ma non puoi entrare in scena e scandire “D’Alfredo il padre in me vedete” con la voce e la postura stentorea di Mussolini quando dal balcone di Palazzo Venezia proclama l’entrata in guerra dell’Italia! Va bene, Germont padre è uno dei più odiosi personaggi mai apparsi sulla scena del teatro d’opera, ma per descrivere un cotanto viscido uomo non è necessario gridare; “Traviata” non è un’opera verista. Si può essere eleganti anche nella rappresentazione dell’infamia. Ma io dico: dov’era il direttore d’orchestra, dov’era il regista? Nelle prove l’uno, l’altro o tutti e due avrebbero dovuto intervenire per correggere l’interpretazione del cantante. Che poi, passata questa entrata a me sgraditissima, ha saputo trovare anche degli accenti nobili, a dimostrazione che se vuole è capace di compostezza, cosa che esalta al meglio le sue straordinarie doti naturali. Non è dai decibel che si giudica un cantante, ma dalla classe interpretativa. Amartuvshin, dai retta a me: trattieni, guida, controlla la macchina da guerra che parte dai tuoi polmoni e arriva alla tua bocca. Puoi diventare veramente uno dei più grandi baritoni dei nostri tempi, se qualcuno ti darà i giusti insegnamenti e se tu avrai l’intelligenza di ascoltarli.

Articolo basato sulla recita di sabato 3 ottobre 2026

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