Silvia Sardone è stata denunciata per il video girato a Torino e pubblicato sui propri canali social il 12 giugno, nel quale l’europarlamentare e vicesegretaria della Lega affronta per strada una donna che indossa il niqab e che sta spingendo un passeggino con la figlia. Un gruppo composto da dieci cittadini e rappresentanti di associazioni ha depositato un esposto-denuncia alla Procura della Repubblica di Milano, alla Questura, ai carabinieri e al Garante per la protezione dei dati personali. Nell’atto si chiede alle autorità di valutare le modalità con cui la donna è stata ripresa e incalzata, le espressioni utilizzate nei suoi confronti e la successiva pubblicazione del filmato sui social.
Il video pubblicato da Sardone il 12 giugno: “Pensa di essere libera e indossa un sacco della spazzatura”
Nel presentare il filmato sui social, Sardone aveva scritto: “A Torino ho incontrato una donna che purtroppo porta un velo islamico integrale e pensa pure di essere libera. È incredibile vedere interi quartieri che si islamizzano in maniera preoccupante”. Nel video la rappresentante leghista si avvicina alla donna, le chiede se sia stata obbligata a indossare il niqab e mette in discussione la libertà della sua scelta. La donna risponde di aver deciso autonomamente e sostiene di sentirsi libera, chiedendo però di non essere ripresa. Il confronto prosegue nonostante la richiesta. Sardone domanda alla donna se possa parlare con gli uomini, se possa togliersi il velo e quale titolo di studio possieda. La donna ribadisce di non essere costretta e, durante la discussione, cerca anche di proteggere dalle riprese il volto della bambina che si trova nel passeggino.
Tra le frasi maggiormente contestate nell’esposto c’è il paragone tra il niqab e “un sacco della spazzatura”. Sardone afferma inoltre di essere “dispiaciuta” per la donna e per la figlia, lasciando intendere che anche la bambina potrebbe un giorno essere costretta a indossare il velo. Nel corso del confronto, sempre secondo quanto emerge dal filmato e viene richiamato dai firmatari, l’eurodeputata invita la donna ad andare “a Islamabad” e a “tornare al suo Paese”. Espressioni pronunciate mentre la protagonista del video rivendica il diritto di vivere in Italia e di professare liberamente la propria religione. Quando un uomo interviene chiedendo di interrompere il confronto, Sardone si allontana affermando che “questa è ancora Italia”.
Sono questi alcuni dei passaggi che hanno alimentato le polemiche politiche e sociali attorno al filmato, rilanciato dalla stessa esponente leghista come denuncia della presenza del velo integrale e del processo di “islamizzazione” che, a suo giudizio, starebbe interessando alcuni quartieri italiani.
Le ipotesi indicate nell’esposto
I firmatari chiedono alla magistratura di valutare se la prosecuzione delle riprese, dopo l’esplicito rifiuto della donna, possa integrare una forma di molestia e se le espressioni utilizzate configurino diffamazione o una lesione dell’onore e della dignità personale. Nell’atto viene inoltre sollecitata una verifica sull’eventuale applicabilità dell’articolo 604-bis del Codice penale, relativo alla propaganda e all’istigazione alla discriminazione per motivi razziali, etnici o religiosi. Anche in questo caso si tratta di una prospettazione avanzata dai denuncianti, sulla quale non è intervenuta alcuna valutazione giudiziaria.
Un altro capitolo riguarda il trattamento dei dati personali. Secondo i promotori dell’iniziativa, il filmato mostrerebbe elementi idonei a rivelare l’appartenenza religiosa della donna e coinvolgerebbe anche una minore. Viene quindi chiesto al Garante di verificare la legittimità della registrazione e della diffusione delle immagini senza consenso. I denuncianti domandano infine l’acquisizione del materiale pubblicato online e l’identificazione della donna, affinché possa essere informata e decidere se esercitare direttamente i propri diritti.
I firmatari: “Non contestiamo il diritto di critica, ma…”
Nell’esposto viene sottolineato che l’iniziativa non intende mettere in discussione la libertà di critica politica o religiosa. Il punto, spiegano i firmatari, riguarda le concrete modalità dell’interazione con una privata cittadina, ripresa in strada con la figlia e pubblicamente esposta nonostante il dissenso manifestato. Tra coloro che hanno sottoscritto l’atto figurano Davide Piccardo e Sabri Ben Rommane de “La Luce”, Brahim Baya di Narrazioni Umane di Resilienza, Adil Anouar dell’Ente Islamico in Italia, Ahmed Vall Ould Dah della Comunità Islamica di Roma, Usama El Santawy di Islam 360, Bianca Doris Guarino e Salma Ghrewati di Progetto Aisha, Stefano Signorini e Giuseppe D’Amico.
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