L’Aula 11 dell’Università Statale di via Conservatorio a Milano si è trasformata giovedì 23 aprile in un osservatorio privilegiato per analizzare lo stato di salute di una professione in affanno. Marco Travaglio, chiamato dal gruppo studentesco UniSì a parlare del futuro del giornalismo, ha scelto di evitare facili tecnicismi o le sirene dell’intelligenza artificiale – argomento neppure sfiorato – per concentrarsi su una crisi che, a suo avviso, è esclusivamente umana e morale.
Il direttore del Fatto Quotidiano è stato accolto con un fragoroso applauso dalle oltre 300 persone presenti in aula e ha iniziato il suo intervento portando la memoria al 1994, all’esperienza di Indro Montanelli e La Voce. È un richiamo costante, quasi un monito: la differenza tra ieri e oggi non sta nei mezzi, ma nel “peso specifico” delle notizie. Per il direttore “siamo in una fase di regressione totale della libertà di espressione”, dovuta anche ad una forte autocensura. Se un tempo la cronaca politica produceva inchieste capaci di ribaltare equilibri e considerate il “pane quotidiano” della carta stampata, oggi il giornalismo sembra essersi ridotto a un’eco sistematica dei comunicati di potere, una sorta di “stenografia” collettiva dove il conflitto d’interessi non è più l’eccezione, ma la regola consolidata.
Tra gli esempi citati, la rete del potere editoriale-politico — con riferimenti diretti alla sanità privata e alla gestione delle testate — viene descritta come una morsa che soffoca la libertà di stampa. Ha poi aggiunto: “Se alla fonte l’acqua parte inquinata, quando arriva a valle è zozzissima”. È in questo scenario che si inserisce l’appello rivolto ai giovani studenti in platea: “Soltanto leggere dà approfondimento, altrimenti si rimane in superficie”. Contro la frammentazione del web e la bulimia informativa che porta a consumare contenuti “mordi e fuggi”, Travaglio invoca un ritorno alle fondamenta: l’importanza del cartaceo, la lettura lenta e lo studio dei dossier.
Per Travaglio, il futuro della professione non si salva con gli algoritmi, ma con la credibilità. Il nodo centrale resta l’indipendenza: in un panorama dove le testate mainstream — dal Corriere a Repubblica — faticano a smarcarsi dal conformismo governativo, la sfida è tornare a fare inchieste che pesino, che disturbino, che non cerchino il consenso facile. Chi tra gli aspiranti giornalisti spera di trovare una scorciatoia tecnologica dovrà ricredersi: per Travaglio, l’unica vera innovazione nel giornalismo è ancora quella — antica e faticosa — di cercare la verità nonostante il potere.
Travaglio fuoripista: “Tajani ad Arcore? Manco in Nord Corea. Meloni? Simpatica per davvero, ma…”
Ma da un personaggio come Travaglio era lecito aspettarsi anche qualche gustosa incursione fuoripista sul fronte della politica. E le aspettative non sono state deluse. Tajani convocato ad Arcore dai Berlusconi? “Non esiste nessun Paese democratico decente del mondo in cui i capi di un impero televisivo editoriale finanziario convochino il leader di un partito, vicepresidente del Consiglio, ministro degli Esteri… nella sede della loro azienda. È una cosa che non succederebbe nemmeno in Nord Corea. Da noi è considerata normale“. Schlein e il campo largo? “Questo termine mi fa venire le bolle e l’orticaria”. Giorgia Meloni? “Non vedo l’ora di darle ragione. E’ simpatica, molto più simpatica di tanti altri come persona. Io la conosco, fa ammazzare dal ridere, fa delle battute strepitose”. Il problema, secondo Travaglio, sono le idee politiche. Anche se, ha ricordato, anche un orologio guasto “segna per forza l’ora esatta due volte al giorno”.
Chiosa sul suo spettacolo teatrale “Cornuti e contenti, sottotitolo: non sarà anche colpa nostra?“. Travaglio è convinto che il conformismo italiano abbia anche una matrice popolare nella nostra cultura: “Subiamo troppo, tolleriamo troppo”. L’esempio è quello degli aerei in ritardo: “Una volta quando un aereo partiva con mezz’ora di ritardo i passeggeri cominciavano a dare segni di impazienza. Adesso parte dopo due ore e mezza e tutti zitti, rassegnati”.
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Marco Travaglio all'Università Statale di Milano


