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L’ultima provocazione risale a pochi giorni fa: Adolf Hitler con una kefiah palestinese al collo mentre applaude idealmente i partecipanti alla manifestazione ProPal che sfilavano per le vie di Milano. Una cosa è certa: alexsandro palombo è uno di quegli artisti che vanno dritti al punto. Anche prendendo posizioni nette. Persino scomode. Con il tempo i suoi blitz sui muri di Milano gli hanno guadagnato il titolo di “anti-Banksy”. Una etichetta, limitante come tutte le etichette. Ma che in questo caso coglie qualcosa di essenziale: se entrambi usano un linguaggio estremamente riconoscibile e che attinge a piene mani da un certo immaginario pop (più underground per l’inglese, più mainstream per il milanese d’adozione), i loro intenti si rivelano diametralmente opposti. Almeno su alcuni temi. In particolare antisemitismo, Olocausto e questione palestinese.
La Memoria come terreno di scontro
Quello con protagonista Hitler è infatti un intervento coerente con una parte importante della produzione di palombo, che negli anni recenti ha dedicato controverse opere a Liliana Segre, Edith Bruck e Sami Modiano. Ma anche a Primo Levi e Anna Frank. Prima ancora, c’erano stati i Simpsons rappresentati come deportati ad Auschwitz. Poco tempo fa ci sono state Greta Thunberg e Francesca Albanese abbracciate da un terrorista di Hamas. Insomma, immagini che rendono inequivocabile il suo pensiero. “Parlare di Shoah oggi è più difficile, ma proprio per questo è necessario, la memoria è l’unico argine che abbiamo contro l’indifferenza, e l’indifferenza è sempre il primo passo verso il peggio”, ha dichiarato in una recente intervista comparsa sul sito ufficiale della Comunità ebraica di Milano. Divenendo ancora più esplicito parlando dei cortei ProPal: “Una parte dell’attivismo che oggi riempie le piazze non prende mai le distanze dalla violenza e finisce per normalizzare linguaggi e slogan apertamente antisemiti. Si definiscono manifestazioni pacifiste, ma spesso sono attraversate da cori e simboli che di pacifico non hanno nulla”. Palombo prende posizione. E non lascia indifferenti. Tanto che con sconcertante regolarità le sue opere vengono poi spesso vandalizzate non appena realizzate.
Non solo Shoah: violenza di genere, disabilità e diritti
Ma, tornando a parlare di etichette, sarebbe ingiusto limitarsi a definire alexsandro palombo lo “street artist della Memoria”. Mantenendo sempre una aperta vocazione sociale, diversi altri sono i temi affrontati con il medesimo sguardo provocatorio. Tra i progetti più noti c’è “Just Because I Am a Woman”, serie che ritrae leader mondiali come Angela Merkel o Hillary Clinton con il volto tumefatto, trasformando figure di potere in simboli universali della violenza di genere. Altro filone centrale è quello legato alla malattia e alla disabilità. La serie “Survivor”, dedicata al tumore al seno, nasce da una perdita personale e prova a restituire “forza e dignità a chi affronta una malattia che segna il corpo e l’esistenza”. Mentre “Disabled Disney Princesses”, realizzata nel 2013, trasformava le principesse Disney in figure disabili, molto prima che il tema dell’inclusione diventasse centrale nel dibattito pubblico. “Attraverso figure dell’immaginario collettivo ho provato a mettere in discussione l’idea di perfezione e i canoni di bellezza imposti”, ha raccontato l’artista, spiegando come il progetto sia nato durante una lunga degenza ospedaliera che “ha cambiato profondamente” la sua vita.
Dall’Iran a Black Lives Matter, il pop come denuncia
Ed ancora: Marge Simpson si taglia i capelli davanti al consolato iraniano in solidarietà con Mahsa Amini, oppure stringe tra le mani la testa mozzata della guida suprema Ali Khamenei. Di nuovo i Simpson diventano afroamericani per omaggiare George Floyd e il movimento Black Lives Matter. E poi ci sono gli interventi sulla politica italiana e internazionale. Da Putin rappresentato mentre punta una pistola alla tempia nelle settimane successive all’invasione dell’Ucraina, fino alle opere dedicate a Silvio Berlusconi, tra ironia pop e memoria pubblica.
Dalla moda alla street art: il percorso di aleXsandro palombo
Ma in tutto questo, aleXsandro palombo chi è? Le informazioni, come per ogni street writer che si rispetti, non sono moltissime. Così come le interviste. Ma il quadro che emerge è quello di una persona con un percorso di vita tutt’altro che ordinario, profondamente intrecciato con la sua visione del mondo e con le ossessioni civili che attraversano le sue opere. Salentino di origine, alla fine degli anni Ottanta si trasferisce nel capoluogo lombardo per studiare all’Istituto Marangoni. Prima di diventare uno degli street artist più riconoscibili della città, attraversa però il mondo della moda internazionale: dagli anni Novanta fino al 2005 lavora come creativo, illustratore e designer collaborando con riviste come Vogue, Harper’s Bazaar e Marie Claire.
La sofferenza come origine dello sguardo artistico
Poi qualcosa cambia. O forse riaffiora. Dietro le sue opere emerge infatti continuamente il vissuto personale. “Da ragazzo ho conosciuto il valore della cura e della responsabilità attraverso il volontariato in Croce Rossa”, ha raccontato. “Più tardi, con la Marina Militare, ho attraversato mari e confini, partecipando a missioni di soccorso e operazioni in contesti segnati da guerra e migrazioni”. In una intervista del 2022 aveva raccontato le missioni nei Balcani e in Albania negli anni Novanta, tra guerra, povertà estrema e profughi. “Ho visto e toccato parecchia sofferenza: quella è la mia base”. La stessa sensibilità deriva anche da esperienze personali più intime. Palombo ha fatto riferimento a “traumi importanti”, malattia, lunghi ricoveri ospedalieri e una fragilità trasformata in linguaggio artistico. “L’arte è stata per me la migliore cura, una terapia e per certi versi una salvezza”, ha dichiarato.
Un artista invisibile, immagini che parlano
Estetica pop e una riflessione ostinata sulla vulnerabilità umana. Unite alla scelta di restare volutamente invisibile. Nessun volto pubblico, pochissime apparizioni, interviste rare e mai in televisione. “La riservatezza è un valore che va difeso e preservato”, ha spiegato. E così a parlare, e ad occupare lo spazio pubblico, restano le immagini. E le idee che le alimentano.
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