Milano Quotidiano

W “Carmen”. E anche Michieletto

Alla Scala la discussa regia del regista veneziano

Matthew Polenzani e Stéphanie d’Oustrac (Brescia e Amisano/Teatro alla Scala)
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Su Milano Quotidiano le recensioni e le cronache di Francesco Bogliari, giornalista, appassionato melomane e autore di “Piccole cronache musicali”. Uno sguardo libero, ironico e spesso controcorrente agli eventi musicali. Dalla lirica alla sinfonica, senza accademismi né reverenze, mescolando memoria personale, gusto per il racconto e giudizi affilati.

Dopo aver letto l’impressionante alluvione di critiche riversatasi su Damiano Michieletto al termine della prima di Carmen alla Scala della settimana scorsa – non solo gli insulti isterici dei gruppi di “disagiati lirici” che imperversano in Rete, ma anche le parole severe di critici musicali con i quali la maggior parte delle volte mi trovo d’accordo – ho pensato: ecco, siamo arrivati al redde rationem, forse il regista veneziano stavolta l’ha fatta fuori dal vaso, forse è arrivato il momento di non ritorno per il “regietheater”. Ed ero già rassegnato a scrivere un pezzo di cui prefiguravo l’incipit: “Sono stato un ammiratore di Damiano Michieletto, l’ho seguito e difeso in tutti questi anni, ma stavolta devo riconoscere a malincuore che ha esagerato, e che forse è il momento di ripensare un certo modo di fare la regia d’opera”.
Quindi giovedì sera sono entrato in sala timoroso e titubante, pronto a vedere e commentare chissà
quale orribile scempio. Niente di tutto questo. È stato uno spettacolo bellissimo.

Una Carmen tragica, non da cartolina

Carmen non è un’opera folcloristica, o al massimo lo è per un 10% del totale; non è un’opera allegra e scacciapensieri: è un’opera tragica, anzi di più, disperata, che parla di amori impossibili, di gente senza futuro perennemente in fuga, e della libertà della persona, in questo caso una donna, che per difenderla paga questa scelta con la morte. È un’opera che mette in scena un femminicidio (che ne pensa, onorevole Vannacci?) e lo fa con una crudezza drammatica che ha pochi uguali nella storia del melodramma. E anche la musica, al di là di quella “quota pittoresca” con le ballerine e i toreador, è scura, densa, tesa, perennemente sovrastata dall’idea della morte.

La regia di Michieletto tra simboli, spazi e destino

Michieletto legge l’opera con scelte minimaliste e simboliche: una semplice struttura architettonica fa prima da caserma di polizia, poi da covo dei contrabbandieri, poi da equivoca taverna dove si consumano alcol e sesso, poi da camerino del torero. La figura nera della madre di Don Josè (personaggio che non esiste nel libretto) compare nei momenti cruciali dell’opera, con in mano la carta del destino, il destino ineluttabile. Non c’è il sole di Siviglia, non c’è la plaza de toros: solo questo elemento girevole, in un contesto desolato, assolato e anche nebbioso. La scenografia firmata da Paolo Fantin è disegnata principalmente dalle luci (Alessandro Carletti), generate da una enorme griglia di riflettori incombente per tutto lo spettacolo. I costumi di Carla Teti sono riconducibili agli anni ’70 del secolo scorso; ma tranquilli, nel quarto atto ci sono ben due danzatrici di flamenco vestite da danzatrici di flamenco e ben due toreri (+ Escamillo) vestiti da toreri. Quindi di che vi lamentate, vedovi di Zeffirelli?

Contro il folklore obbligatorio: una visione coerente

C’è poco “sapore di Spagna”, dicono i critici: ma se il sapore di Spagna vuol dire le nacchere, il flamenco, i costumi da fiera di paese e il palcoscenico pieno di paccottiglia da depliant turistico, anche no, grazie. Michieletto scarnifica il dramma e ne estrae la sua valenza universale, che va bene a Siviglia come a Oslo, a Boston, a Seul o a Milano.

Non è forse il suo lavoro migliore, e qui posso essere d’accordo: non ha la verve indiavolata e l’ironia travolgente della Vedova allegra ambientata in un’agenzia bancaria del felice stato del Pontevedro, la dolce malinconia del Falstaff nella casa di riposo, la visionarietà psicanalitica di Salome, il mistero metafisico del recente Lohengrin: tutti spettacoli visti da chi scrive e tatuati indelebilmente sulla sua pelle. Ma, vivaddio, anche in questa Carmen c’è una visione, un’idea di teatro pensata e realizzata con ferma coerenza. E comunque per quanto mi sia sforzato, non sono riuscito a trovare alcun elemento di scandalo, sempre che per scandalo non si intenda il fatto in sé di non seguire pedissequamente le didascalie del libretto originale. Questa cosa dovrebbe ormai essere sdoganata: le opere si possono trasportare in luoghi ed epoche diverse da quelle pensate dal librettista: bisogna saperlo fare, non è il “cosa” ma il “come” che fa la differenza (parafrasando la Marescialla del Rosenkavalier) . Non tutti si chiamano Michieletto o Carsen o Vick eccetera e se non si è capaci si cade nel ridicolo. Ma qui stiamo discutendo di uno che lo “sa fare”. Stop, non segue dibattito.

Chung, l’orchestra e le voci: un Bizet scuro tra eccellenze e ombre

Dopo questo lungo sproloquio (ma ci voleva, è stato quasi liberatorio) passiamo agli aspetti musicali. Myung-Whun Chung trae dall’orchestra un colore denso, brunito, lucido, carico di pathos, che forse ha poco dello “spagnolo” da cartolina turistica, ma ha molto del dramma disegnato dalla partitura di Bizet. Eccellenti gli interventi solistici di flauto, oboe, violoncello, arpa, efficace la sezione percussioni (ebbene sì, ci sono anche le nacchere e il tamburino basco, che volete di più…). Nella compagnia di canto eccelle la componente femminile: la migliore della serata a nostro modesto parere à stata la Michaela di Slávka Zámečníková: voce purissima, intensa, luminosa, armoniosa, equilibrata in tutti i registri; era la prima volta che ascoltavamo il trentacinquenne soprano slovacco e siamo sicuri che non sarà l’ultima (compulseremo frequentemente Operabase…). Eccellenti anche Sarah Dufresne (Frasquita) e Marine Chagnon (Mercédès). Quanto alla protagonista, Stéphanie d’Oustrac, ci è piaciuta negli acuti e nei passaggi dall’emissione più spinta, meno nel registro centrale, non sempre a fuoco, e nel fraseggio non sempre fluido.

Per quanto riguarda gli uomini, Matthew Polenzani ha cantato come di consueto, cioè col suo stile lirico-stentoreo e con la sua voce un po’ metallica che al vostro cronista non piace molto. Mediocre l’Escamillo di Andrii Kymach, voce intubata, sgradevole e caricata forzatamente, quasi una macchietta del basso-baritono macho che interpreta la parte del torero-maschio Alfa. Bravi i “comprimari” Pierre Doyen, Loïc Félix, Simone Del Savio e Xhieldo Hyseni.

Cori eccellenti e grande successo in sala

Infine il coro, anzi i due cori: quello degli “adulti” diretto da Alberto Malazzi, come sempre su livelli di eccellenza assoluta, e quello di voci bianche guidato da Brunella Clerici, bambini bravissimi non solo a cantare ma anche a stare in scena. E anche qui il merito, chevvelodicoaffare, è sempre del vituperato Michieletto. Grande successo in sala, nessuna contestazione né per la regia né per l’aumento dei prezzi del loggione (ma c’è da dire che almeno la platea era quasi totalmente occupata da stranieri, all’apparenza danarosi, quindi poco sensibili alle rivendicazioni “sindacali” dei loggionisti).

PS: Dopo aver buttato giù la prima stesura di questo articolo, in Rete ho trovato il commento di Luca Ciammarughi: sulla regia diciamo praticamente le stesse cose (solo che lui le dice meglio, è profondo e appassionato come sempre e con la penna ci sa fare come con la tastiera del pianoforte). Mi sono sentito meno solo…

Articolo basato sulla recita di giovedì 18 giugno, quinta di dieci rappresentazioni.

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