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La guerra in Ucraina

Missili e sanzioni, Ue e Usa sbattono la porta in faccia a Zelensky

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Due piccole porte, ma decisamente pesanti, sbattute in faccia a Zelensky. Non c’è solo la situazione sul campo in Donbass a preoccupare il presidente ucraino (“difficile riconquistare terreno”, ha detto). Ma a tenere alta la tensione a Kiev sono anche i rapporti con l’Ue e gli Stati Uniti, principali sponsor della resistenza ucraina di fronte all’invasore russo. Da una parte infatti Joe Biden ha negato le armi a medio raggio richieste dall’Ucraina. E dall’altra l’Unione Europea sembra lontana dal via libera al sesto pacchetto di sanzioni così incisivo come sperato.

La mossa di Erdogan

È chiaro che ormai la guerra si combatte su più fronti. Innanzitutto ci sono le bombe, che continuano a esplodere inesorabili nell’Est del Paese e ad uccidere: oggi è caduto anche un giornalista francese. Poi ci sono le trattative, sia sul cessate il fuoco che sull’esportazione di grano. Nei giorni scorsi Draghi, Macron e Sholz hanno telefonato a Putin chiedendogli di non affamare il mondo e di autorizzare un corridoio dal porto di Odessa. Oggi è stato il turno di Recep Tayyip Erdogan. I due hanno discusso di come rendere sicura la navigazione nel Mar Nero e in quello d’Azov, ormai interamente in mano alla Russia. Ma anche della possibilità di ospitare a Istambul un incontro Russia-Mosca-Onu. Per ora Putin ha declinato l’offerta di un colloquio telefonico a tre.

Il petrolio russo

Sul fronte delle sanzioni, invece, dalla variopinta orchestra europea non suona musica per le orecchie di Zelensky. Certo Josep Borrel insiste a dire che l’Ue continuerà a sostenere Kiev “militarmente e con le sanzioni alla Russia”. Ma nei fatti i 27 sono divisi sul sesto pacchetto di misure economiche. Oggi e domani i leader si riuniscono al Consiglio europeo con una bozza che non tutti sono sicuri possa essere davvero adottata. In Commissione Ue c’è cauto ottimismo: Polonia e Germania hanno dato il via libera al bando del petrolio, ma l’Ungheria di Orban no. L’embargo dovrebbe riguardare solo l’oro nero che arriva via nave, salvaguardando quello che transite dagli oleodotti. Potrebbero esserci delle clausole di esclusione per Budapest. Ma il fatto è che, sebbene alla fine l’embargo potrebbe colpire i 2/3 delle esportazioni russe, all’Ucraina suona stonato il fatto che i 27 ci stiano mettendo così tanto.

Le armi di Biden

Ma a colpire l’Ucraina è forse la scelta resa pubblica oggi da Joe Biden. Il presidente Usa ha deciso di non inviare sistemi missilistici in grado di colpire il territorio russo. Putin l’aveva indicata come “linea rossa” che l’Occidente non avrebbe dovuto superare. E a quanto pare Washington non intende rischiare di dover capire se quello dello Zar sull’oso dell’atomica è un bluff o una reale intenzione. Nei giorni scorsi la Cnn aveva parlato dell’ipotesi della Casa Bianca di spedire missili a medio/lungo raggio come il Multiple Launch Rocket System (MLRS) e dell’High Mobility Artillery Rocket System. Ma probabilmente non si farà.