Qui al bar siamo un po’ perplessi. Un “italiano” di seconda generazione falcia la folla e il sindaco, cioè la sinistra, si preoccupano di convocare in piazza una cittadinanza che manifesta contro chi vorrebbe “speculare sull’odio”. Noi, forse, ragioniamo in modo semplice e non cogliamo tutte le sottili sfumature che i popoli più evoluti percepiscono chiaramente: qualcuno, ad esempio, sostiene che il problema fosse che Salim El Koudri, nonostante fosse stato in cura psichiatrica, avesse ancora la patente. E quindi la colpa è del ministro competente, ossia Matteo Salvini. Qualcun altro segnala che, tra i passanti che hanno fermato l’attentatore, c’erano anche due egiziani. E noi diciamo: benissimo, costoro meritano un’onorificenza della Repubblica esattamente come gli altri eroi. Sono questi gli stranieri che vogliamo in Italia.
E il punto è proprio questo: vorremo poter scegliere chi resta e chi no. Vorremmo poter premiare persone collaborative, oneste e capaci di integrarsi, non lasciare che acquisisca la cittadinanza chi ci detesta e vorrebbe vederci morti. Non crediamo che significhi speculare sull’odio preoccuparsi di non fare la fine di altri Paesi europei: pensiamo alle banlieue parigine, a Molenbeek a Bruxelles, alla Germania che accoglieva felice i rifugiati e adesso ne ha talmente abbastanza da volerli rimpatriare direttamente a casa dei talebani, al Regno Unito delle corti islamiche e delle grooming gang di stupratori pakistani coperti dalla politica. La stessa politica che, qui da noi, è apparsa imbarazzata e desiderosa di seppellire subito sotto un quintale di sabbia il vero risvolto di un episodio che potrebbe ostacolare la remuntada del campo largo, l’ammucchiata che predica confini colabrodo, porti spalancati e cittadinanze facili. Il nostro Paese sarebbe ancora in tempo per evitare la deriva, per impedire che altri “italiani” che maturano la convinzione di essere corpi estranei alla società, insieme alle loro idee, maturino anche propositi omicidi. O, peggio, che individui radicalizzati decidano di passare all’azione. Eppure, qualcuno ritiene più urgente soffocare sul nascere questo dibattito che ammettere che c’è un problema. A Modena, qualcuno ha identificato il nemico sbagliato. E pensa che sbandierare la psicopolizia linguistica sia la soluzione. È ora di svegliarsi, prima che sia troppo tardi.
Il Barista, 18 maggio 2026
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