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Mondiali, Dua Lipa non va in Qatar. Lloris: “Niente fascia Lgbt”

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Forse in Qatar era proprio da non andarci, possibilmente a testa alta, non all’italiana. Perché in Qatar gli omosessuali li ammazzano, fine della storia. Perché da quelle parti, emirati, sultanati, ci si trova bene Renzi, che fa il paladino dei diritti a casa sua, ma nessuno vorrebbe essere come Renzi, giusto? Ma poi, dopo tutte le pugnette, i pugnetti chiusi, le bandierine, i braccialetti, subentra la realpolitik ovvero: “Siamo qui per i soldi”, come diceva Frank Zappa; o anche “Non è mai per soldi: è sempre per soldi”, Bob Arum, impresario di pugilato”; “È tutta una questione di soldi, il resto è conversazione”, Gordon Gekko, personaggio immaginario ma mica tanto. E allora conversiamo pure.

Diciamo che in Qatar ci vanno quasi tutti, perché, ecco Winston Churchill, “Fate sempre leva sui princìpi prima o poi, finiscono per cedere”. Cedono subito. Però, però. Però qualcuno che di mettere altri soldi nel caveau per una pura questione di decenza, di coerenza, a cercarlo si trova: Dua Lipa, superstar del pop di livello infimo. Rod Stewart, e siamo già in un’alta galassia. Sir Roderick non è mai stato uno tanto da diritti e pipponi, ha una sua particolare percezione, piuttosto rock, del sesso, è uno che alle 5 di mattina, in piena bagarre festaiola, smiccia il Rolex e dice: tempo di andare a dare una scrollatina alla moglie. Però è anche uno che i sultani e gli emiri li ha mandati idealmente a stendere, lui a cantare per i Mondiali non ci va. Fanculo a 1 milione di dollari per una sera, capirai, gliene rimangono altri 1000 di milioni. Altri cialtroni come Robbie Williams non ci hanno pensato un attimo. Ad andarci, è chiaro. Organizzatore, quel tipetto da copertina di David Beckham, la spice del calcio, bellino, bravissimo, ma mai combinato niente. Uno che sta nelle pubbliche relazioni del mondo e qui si passa all’altra metà del cielo, quella pallonara: neanche uno che abbia rifiutato di giocare in un paese dove, vale la pena ripeterlo, gli omosessuali li torturano e li fanno fuori. Dove hanno emesso uno strampalato ordine per cui “Allo stadio solo etero e che si veda chiaro, gli omosex possono seguirli da casa ma tanto qui da noi di non binari non ce ne sono”. Eventualmente, per scovarne qualcuno, si affideranno alla polizia segreta o a una app?

E i giocatori sono molto più cialtroni delle popstar, sentite il portiere e capitano francese Lloris: anzi non sentitelo, lui, alla prospettiva di indossare una fascia arcobaleno in segno di solidarietà verso le minoranze sessuali perseguitate in Qatar, se ne lava accuratamente le mani: “Ho le mie opinioni ma devono decidere Fifa e Federazione”. Quali siano le sue opinioni, si capiva già dal modo di rispondere: alla francese, cioè da stronzo.

Intendiamoci bene: avere una propria opinione dovrebbe essere un diritto fondamentale quanto quello alla propria sessualità, possibilmente da non cambiare ogni quarto d’ora, questa e quell’altra: è quanto l’Occidente infame è riuscito a garantire, grossomodo, in due o trecento anni di confronto, di politica, di battaglie. E quindi, ben venga anche il disinteresse o addirittura l’avversione di un calciatore verso l’omosessualità. Però qui bisogna esser chiari, limpidi e trasparenti: la tua idea la devi difendere sempre, non puoi cavartela predicando che “Quando accogliamo stranieri vogliamo che osservino la nostra cultura e lo stesso vale per noi in Qatar, bisogna obbedire alle regole del paese ospitante”. Eh, no, piccolo stronzetto transalpino: a parte che voi gli stranieri non li accogliete, li rimbalzate e se mai li maltrattate di brutto, la faccenda dell’obbedire alle leggi quali che siano sa molto di esecutore di abominii. Non te l’hanno spiegato, fra una parata e una festa? Obbedire? Anche se le leggi ti impongono, idealmente, di uccidere un gay, una lesbica, un trans? Si chiama complicità morale, nel caso. E nessuno ti impone di trasgredirle, basta una cosa molto semplice: non ci vai.

Si può perfettamente dissentire con la mania dei braccialetti, le fascette di sostegno, roba sanremese cioè ipocrisia della più bell’acqua, già fece storia il tanto enfatizzato beau jest della nazionale italiana di Coppa Davis del ’76 in Cile, Panatta e gli altri con la maglietta rossa: ma quella poteva essere una guasconata, così come il pugno chiuso di Tommie Smith e John Carlos a Città del Messico nel 1968 aveva un suo perché, era la protesta dei neri afroamericani a una discriminazione che persisteva: per non dire del gran rifiuto di Muhammad Ali di arruolarsi, per convinzioni religione quanto razziali, cosa che gli costò titolo, carriera e tre anni di vita.

Altri tempi? Sicuramente, oggi ci si inginocchia per qualsiasi cazzata, poi gli stessi che si mettono a 4 zampe per una formazione terroristica come il Black Lives Matter (sulla quale Ali non sarebbe mai stato d’accordo), non fiatano e vanno in Qatar ad “obbedire” alle leggi stragiste sugli omosessuali. Che è sempre la solita vecchia storia, in questo caso più pertinente che mai, del fare i froci con il culo degli altri. Ti danno fastidio le liturgie politicamente corrette? Benissimo, ma non puoi essere allergico solo dove ti conviene, non puoi sputare sull’Occidente che te lo lascia fare, anzi ti premia, e metterti a cuccia dove se parli ti fanno a pezzi. Te ne freghi degli omosessuali? Infatti, non è obbligatorio prendersene carico, sei liberissimo di voltare la testa se li trucidano, poi con la coscienza te la vedi tu, ma l’Occidente che fa schifo a te e ai tuoi colleghi ti garantisce questa scelta, almeno fino a che non arriverà troppa altra gente che di “ubbidire alle tue leggi” non ha nessuna intenzione.

Non ti vanno le arcobalenate? Ottimo, ma allora salva le ginocchia, ragazzo mio, che non sei una escort e in ogni caso in Qatar non è questione di arlecchinate, come da noi, ma di qualcosa di tragicamente serio. Lo ha capito Dua Lipa, non lo capisce il portiere galletto Lloris. Mente, finge. Pensa all’argent. E ragiona da vile.

Max Del Papa, 15 novembre 2022