Cultura, tv e spettacoli

Montanelli, venticinque anni dopo: la lezione di un uomo libero

In un tempo di tifoserie e fedeltà ai capi, la sua idea di giornalismo resta sorprendentemente attuale

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Sono passati venticinque anni dalla sua morte. Eppure Indro continua a essere processato, assolto, riscoperto, smentito, rivendicato. È il destino di chi non si è mai lasciato addomesticare. I conformisti, prima o poi, trovano sempre una lapide su cui riposare tranquilli. Gli irregolari, invece, continuano a disturbare il sonno dei posteri.

Montanelli era un conservatore? Certamente. Ma non era un reazionario. Era un liberale? Sì, ma senza il bisogno di dichiararlo ogni tre righe. Era un uomo di destra? Spesso. Ma cambiava giornale più facilmente che padrone. E quando il padrone pretendeva obbedienza, era lui ad andarsene.

Oggi una virtù del genere sembra appartenere a un’altra epoca: merce rara, quasi incomprensibile. Viviamo in un tempo in cui la fedeltà al capo ha spesso preso il posto della ricerca della verità e il tifo da stadio quello del pensiero critico. Troppo spesso il giornalismo sembra essersi ridotto a una succursale della politica.

Montanelli avrebbe trovato tutto questo mortalmente noioso. Aveva un difetto enorme. O forse un pregio, giudicate voi: non voleva piacere. Preferiva avere ragione. E quando aveva torto, trovava il coraggio di raccontare anche quello. Non sempre, certo. Ma molto più spesso di tanti altri.

Naturalmente non era un santo. Non pretendeva di esserlo lui e non dovrebbero pretenderlo neppure i suoi estimatori. La sua biografia contiene pagine che il giudizio storico continua, giustamente, a interrogare e che sarebbe ridicolo cancellare o minimizzare. Ma ridurre un uomo alla sua colpa significa rinunciare a comprenderlo: è un esercizio fuorviante e, troppo spesso, propagandistico.

La differenza tra un monumento e un uomo è semplice. Il monumento serve a essere venerato. L’uomo serve a essere capito. Montanelli chiedeva proprio questo: di essere letto e, possibilmente, compreso, non canonizzato.

La sua lezione più alta non riguarda un’ideologia, ma un mestiere. Un giornalista deve avere un direttore, non un padrone. Deve poter sbagliare. Deve poter cambiare idea. Deve poter scrivere qualcosa che gli farà perdere lettori invece che guadagnarne. Altrimenti non è un giornalista: è semplicemente un pubblicitario con un tesserino.

Anche per questo il suo nome continua a dividere. Ed è un buon segno. I morti che mettono tutti d’accordo, di solito, hanno assai poco da dire. Montanelli, invece, continua a parlare. Parla da quelle colonne che riempiva ogni giorno con una disciplina quasi militare e una libertà quasi insolente.

E continua a farlo attraverso un insegnamento che si può riassumere in una frase, più praticata che pronunciata: il giornalista deve stare abbastanza vicino al potere da poterlo raccontare e abbastanza lontano da non assomigliargli.

Un altro grande lascito ci ha lasciato Indro: il giornalismo non è un mestiere per cortigiani. È un mestiere per uomini liberi. E, in un tempo in cui la libertà di pensiero sembra diventare sempre più rara, questo resta probabilmente il suo più prezioso insegnamento.

Salvatore Di Bartolo, 22 luglio 2026

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