Qui al bar non ci ha mica fatto piacere lavorare con il solleone e 40 gradi. Ma la speculazione climatica della sinistra, che ha trovato il comunismo del XXI secolo nella transizione ecologica, ci fa stare peggio della canicola. Repubblica, ad esempio, già punta il dito: ci sono “440 morti di caldo giorno“, lamenta, e noi ce ne “dimenticheremo non appena farà freddo”. Emergenza, fate presto, basta emissioni – ditelo agli americani, ai cinesi e al resto dei Paesi in via di sviluppo, no?
Dopodiché, sarebbe anche opportuno ricordarsi di qualcos’altro, non appena farà freddo. E cioè che, di norma, ne uccide più il gelo che l’arsura. Dati Istat: nel 2025, nei mesi autunnali e invernali, sono morte circa 50.000 persone in più che nei mesi primaverili ed estivi. Per carità, non saranno state tutte vittime di assideramento. Ma tant’è: non si è verificato nessun picco in quella che – ovviamente fino alla stagione di quest’anno – era stata classificata, al solito, come l’estate più calda della storia. Non è lo stesso conteggio che i negazionisti degli effetti avversi dei vaccini hanno rinfacciato dopo la pandemia, mostrando che durante le somministrazioni non ci fu alcun picco di decessi? E allora perché, se esso si può applicare a un caso, non lo si può applicare a un altro?
Noi non diciamo mica che il clima non cambia, eh. Magari abbiamo qualche dubbio sul fatto che la colpa sia tutta o in gran parte dell’uomo. Ma ammettiamo pure che sia così; il punto è un altro: siamo sicuri che distruggendo la nostra industria e il nostro stile di vita ci salveremo? Ci dobbiamo fidare del marxismo in salsa verde? Un tempo si parlava di “sol dell’avvenire”. Adesso è meglio cambiare slogan: il sole è troppo caldo.
Il Barista, 20 agosto 2026
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