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Museo del fascismo: la Raggi cerca stampelle a sinistra

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La mamma degli ignoranti è sempre incinta. O forse no, non si tratta solo di ignoranza questa volta, ma anche di opportunismo: lucrare qualche piccolo consenso per la via più facile e soprattutto avere l’approvazione di quella sinistra ideologica che potrebbe ricandidarla alla guida della città. Non si riesce a spiegare altrimenti la rapida e netta risposta data alla solita Associazione Nazionale dei Partigiani (in verità  senza partigiani essendo ormai tutti morti), dal sindaco della nostra disastrata capitale. L’Anpi aveva preso posizione contro una mozione presentata in Consiglio comunale da tre consiglieri dello stesso partito di Virginia Raggi, la quale non ha perso tempo per sconfessarla e farla ritirare in nome dei “sacri valori” dell’antifascismo. I tre consiglieri, forse ingenuamente, forse con non molte cognizioni di causa, proponevano di far nascere a Roma un Museo del fascismo.

Un’idea che andava precisata e supportata dallo spessore storico di docenti e consulenti, e poi anche verificata e se del caso criticata, ma che sicuramente non meritava di essere cassata dalle discussioni consiliari, costringendo i tre firmatari a fare marcia indietro e a scusarsi, proprio secondo un metodo fascista (quasi ad avvalorare la boutade di Ennio Flaiano dell’esistenza in Italia di due fascismi di cui uno è quello antifascista). Ovviamente dall’Anpi non ci si poteva aspettare di più, vista la sua ragione sociale, anche se a più di settant’anni dalla caduta del fascismo reiterare allarme, indignazione e vergognarsi di un Paese che “cita Mussolini e non scioglie i partiti che fanno riferimento alla sua ideologia”, come è scritto nel loro comunicato, senza abbozzare un minimo di ulteriore e più sofisticata riflessione, ha un sapore di sciatteria e di stantio che non fa certo onore alla causa della libertà. Che però, anche se non possono dirlo, costoro non amano affatto, sol che si pensi alla paura esplicitata nel documento: che il Museo punti all’equiparazione di nazismo e comunismo come avviene in altri simili all’estero.

Ora, bisognerebbe dire a costoro che le affinità sostanziali fra i due totalitarismi non sono una mostruosità partorita da menti pervertite, ma la tesi oggi predominante in campo storiografico. Ovviamente non poteva mancare il solito appello degli intellettuali, da Luigi Manconi a Massimo Recalcati, e il comunicato del Pd capitolino che ha parlato, anch’esso senza troppa fantasia, di “schiaffo e insulto alla città medaglia d’oro della Resistenza”. Ora, ripeto, l’idea del Museo non era affatto bislacca, solo a pensarci un attimo: il fascismo ha segnato più di venti anni di storia patria, riuscendo a costruire un blocco di potere solido e contando su un consenso pressoché unanime, quasi fino all’ultimo, da parte degli italiani. Capire perché ciò sia potuto accadere, e in quali forme, sarebbe il modo migliore per acquisire una consapevolezza di noi e della nostra storia e anche per non ripetere quell’errore. La cancellazione e demonizzazione di quel passato sortisce, al contrario, come è evidente, l’effetto inverso, contribuendo fra l’altro a prolungare quella “guerra civile fra gli italiani” che è l’unico modo per mantenersi al potere da parte della sinistra. La quale, come la nostra storia recente mostra, ha sempre bisogno di un nemico (ieri Craxi, Berlusconi, persino Renzi, oggi Salvini) da demonizzare moralmente e da accusare di “fascismo”.