Siamo alle solite: minacce ai giornalisti dalla terra di nessuno dei social, e viaggiano da sinistra a destra, i bersagli sono le firme del giornalismo conservatore. Fascista è sempre stato considerato, è considerato a tutt’oggi sinonimo di intollerante, di violento, anche se a far fuori le voci sgradite erano soprattutto gli altri della galassia terroristica comunista, ma la percezione antidemocratica sembra oggi monopolizzata effettivamente dai sedicenti inclusivi, democratici: nel mirino finiscono il direttore del Tempo, Cerno, insieme ad una sua cronista, Eleonora Tomassi, ma ce n’è anche per Capezzone di Libero e la matrice è inconfondibile: “Siete da appendere, farete la fine del porco di Predappio”. Sparate da bimbiminkia, da provocatori da centro sociale? Sì, d’accordo, ma non è mai piacevole riceverle. Tanto più se da quelli che stanno al mondo per lamentarsi, per fare le vittime ma, al dunque, non conoscono scrupoli e ritegni di sorta quanto a libertà di stampa rispetto per le donne, sacre, intoccabili, ma solo fino al limite dell’appartenenza, della militanza.
Più in generale, c’è da dire qualcosa sulla consistenza di questo mestiere, che ormai non si riconosce più nei suoi ruoli, nelle sue dinamiche. Ha senso un simile odio per un giornalista, non è perfino sprecato, sovrabbondante? Oggi poi che non ci sono più i grandi collettori di opinioni, quelli in grado di mutare l’orientamento popolare, per dire i Montanelli, i Bocca. Oggi siamo tutti chi più chi meno figurine del presepe, non ascoltati, non considerati più che tanto; l’autorevolezza è scomparsa, la fama si guadagna a prezzo di scadere ad influencer. Voglio dire che, piaccia o meno a noi che ci crediamo qualcosa, qualcuno, siamo a nostra volta merce, consumabile e, a quanto pare, dalla scadenza auspicabile: che lezione trarne? Direi la scomparsa del tradizionale rapporto fiduciario, democratico: io giornalista mi espongo anche per te e tu lettore sei tenuto a rispettare la mia fatica, non esente da rischi. Invece scopriamo la degenerazione ultrà, la furia omicida, a me che scrivo è toccato di sperimentare il cancro giustiziere, il rammarico, bruciante perché ancora non morivo. A una collega di Mediaset, Sabrina Scampini, hanno detto: “Peccato che sei guarita dal tumore, eri meglio calva”. Con me sono arrivati ad insinuare che mi ero inventato tutto, perfino le foto in chemioterapia, “per farti le donne”. Al di là del Neanderthal che sempre cova dentro e che la Rete anarcoide consente, fomenta, si può ancora parlare di gioco democratico? La fine delle residue utopie mescola piano personale, dramma privato e dimensione pubblica, politica: perché lo fai, per cosa ti ostini ancora? Per la verità? Per un patetico senso di giustizia? Per raccogliere la morte degli altri, per esorcizzare la tua?
Ma non è vero, non è proprio come dicono, che i social campano sull’anonimato, che bisognerebbe introdurre l’obbligo documentale, la carta d’identità: sarebbe la paralisi della Rete, senonché l’anonimato su internet non esiste, non è mai esistito, si finge di credere ci sia ma i mezzi per risalire a una identità certa ci stanno, prova ne sia che quando ad essere minacciato è qualche potente vero, qualche politico, Digos e Polizia Postale risalgono al responsabile in un baleno. È se mai un problema di numeri, di attitudini che non si ha interesse ad affrontare, che si lascia lì. Che si sottovaluta, anche, perché furia chiama furia, perché passare dalla fantasia di appendere il porco per i piedi a farlo davvero non è poi così difficile, il virus dell’odio pazzo si propaga con estrema facilità e noi boomer, noi passati per gli anni del piombo e del fuoco lo sappiamo, lo ricordiamo bene. All’epoca se non altro c’era coerenza nella violenza, nella voglia di morte: abbattevano o gambizzavano i giornalisti dopo averli ammoniti e lo rivendicavano, non si nascondevano dietro le formule ipocrite, pretesche dell’inclusione, della compassione: “Odiare ti costa”, ma a chi odia davvero non costa niente, se mai rende.
Resta da prendere atto che la pulsione apocalittica nella destra post fascista o nostalgica è quasi completamente scomparsa mentre si rigenera imperterrita dall’altra parte, con esiti anche sconfortanti: miserabili o puerili. Quel professore che minacciava la figlia della Meloni e poi, colto sul fatto pressoché in tempo reale (i mezzi ci sono, le esperienze ci sono), scaricava le colpe sull’intelligenza artificiale. Come ad ammettere: sono un insegnante, ma non tento né l’uso del linguaggio né della coscienza. Si è messo a frignare come un bamboccio sessantenne e la politica di sinistra lo ha subito difeso, gli ha proposto tutele e ingaggi sconci. Già, l’odio non è quasi mai estemporaneo, non esplode di per sé, cresce su una filiera di complicità, di protezioni, di connivenze perfino surreali: se mi arrischio a criticare il nostro monarca repubblicano, Mattarella, vengo immediatamente investito da minacce potenti da improbabili pupazzi o avatar da centro sociale. Ma chi ci crede?
Max Del Papa, 22 agosto 2025
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