Giustizia

Nessuno fermi Gratteri: più semina fango più aiuta il Sì

Le parole del magistrato rafforzano la mobilitazione: il campo favorevole cresce e si organizza

Il dibattito pubblico sulla giustizia meriterebbe rigore, misura e rispetto. Quando però un protagonista delle istituzioni sceglie, a più riprese, la scorciatoia della delegittimazione, il confronto non può che impoverirsi, finendo per produrre l’esatto opposto di ciò che si vorrebbe ottenere.

Le recenti dichiarazioni di Nicola Gratteri, secondo cui al referendum sulla giustizia voterebbero Sì soltanto “indagati, imputati e massoni”, si collocano purtroppo in questa categoria. Non è una critica nel merito. Non è un’analisi dei quesiti. È un marchio infamante, apposto per evidenti finalità elettorali, su milioni di cittadini. Una linea tracciata col pennarello indelebile che separa nettamente “buoni” e “cattivi”: da una parte chi starebbe dalla parte della legalità; dall’altra chi agirebbe per interesse o per oscure appartenenze.

Eppure, in democrazia, il dissenso non dovrebbe essere un sospetto da coltivare, ma un diritto da tutelare. Ridurre il fronte del Sì a un coacervo di indagati e massoni non è solo un’affermazione grave: è un errore politico e comunicativo macroscopico. Perché quando si sostituisce l’argomentazione con l’insulto, si finisce inevitabilmente per rafforzare l’avversario.

“Nessuno fermi Gratteri”, verrebbe dunque da dire. Ogni sua uscita sopra le righe diventa, paradossalmente, il miglior spot per il Sì. Più si alza il tono, più si lancia fango, più si tenta di criminalizzare una scelta legittima, più cresce in molti cittadini la percezione di un atteggiamento paternalistico e divisivo. E in politica, così come nella comunicazione, la presunzione morale raramente paga.

C’è poi un aspetto istituzionale che non può essere sottovalutato. Quando parole così nette e cariche di sospetto provengono da un uomo delle istituzioni, il peso specifico è diverso. Non si tratta di un commentatore qualunque, ma di una figura che incarna un pezzo importante dello Stato. Proprio per questo ci si attenderebbe prudenza, equilibrio e rispetto per la pluralità delle opinioni.

Invece, dichiarazioni tanto tranchant finiscono inevitabilmente per alimentare l’idea che chi sostiene il No non si senta abbastanza forte sul piano degli argomenti da confrontarsi nel merito. Se la strategia è delegittimare l’elettore anziché convincerlo, il segnale che arriva è di debolezza, non di forza. E quando il confronto scivola sul terreno della demonizzazione, la reazione naturale di molti è difendere la propria libertà di scelta.

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Così, parole nate per arginare il fronte del Sì rischiano di trasformarsi in un boomerang. Perché in una democrazia matura non si accetta di essere catalogati, sospettati o insultati per una preferenza referendaria. E ogni volta che ciò accade, cresce la tentazione di rispondere nel modo più semplice e più diretto: con il voto.

Se l’obiettivo era frenare il Sì, la strada imboccata appare la meno efficace possibile. Perché c’è un limite invalicabile oltre il quale l’attacco non intimorisce più, ma compatta. E quando milioni di cittadini si sentono trattati non da elettori, bensì da imputati morali, la reazione non è il silenzio. È la partecipazione.
Si può provare a screditare, a etichettare, a dividere. Ma in democrazia il voto resta, sempre e comunque, l’unica risposta che conta.

E ogni parola intrisa di fango non resta sospesa nell’aria: cade nell’urna. Con una croce sul Sì.

Salvatore di Bartolo, 14 febbraio 2026

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