Esteri

Netanyahu respinge il piano del Board of Peace sostenuto da Trump: “Prima il disarmo di Hamas, poi il ritiro da Gaza”

Intanto l’Iran nega trattative dirette con Washington e tiene ancora in ostaggio la partita sullo Stretto di Hormuz

Aggiungi nicolaporro.it alle tue fonti preferite su Google CLICCA QUI
Ascolta l'articolo
0:00 / --:--

Benjamin Netanyahu non ci sta. E, nonostante l’amicizia dichiarata con Donald Trump e la storica alleanza tra Israele e Stati Uniti, il premier israeliano mette un punto fermo sulla questione più delicata del piano americano per Gaza: nessun ritiro dell’Idf prima del completo disarmo di Hamas.

“Israele respinge il documento in 15 punti”, ha dichiarato Netanyahu durante una riunione di gabinetto domenica, riferendosi al piano approvato il mese scorso da Hamas. Una posizione netta che pesa, perché arriva proprio mentre il Board of Peace sostenuto da Trump provava a dare concretezza alla nuova road map per la Striscia.

Per Netanyahu non basta una promessa, non basta un accordo sulla carta e non basta neppure un impegno politico. Hamas deve essere disarmata e la sua capacità militare eliminata. Solo a quel punto Israele potrà prendere in considerazione il ritiro delle proprie forze.

Ed è proprio qui che rischia di incepparsi il progetto americano. Trump vuole arrivare alla seconda fase del piano per Gaza, con una nuova amministrazione civile, la ricostruzione della Striscia e un percorso di progressiva smilitarizzazione. Hamas, dal canto suo, chiede che siano gli Stati Uniti a fare pressione su Netanyahu affinché non blocchi la road map.

Il problema è che Gerusalemme non sembra intenzionata a fare sconti. Netanyahu ha anzi chiarito di avere grande apprezzamento per Trump, definendolo un grande amico di Israele, ma ha contemporaneamente rivendicato il diritto del proprio governo a prendere le decisioni necessarie per garantire la sicurezza dello Stato e dei suoi cittadini. L’amicizia con Trump non significa cieca obbedienza. E il messaggio è piuttosto chiaro.

Il nodo Hamas

Il punto centrale rimane dunque il futuro di Hamas. Per Israele, lasciare alla formazione islamista anche soltanto una parte della propria struttura militare significherebbe mantenere in vita la minaccia che ha alimentato il conflitto. Per Hamas, invece, il disarmo rappresenta evidentemente una questione esistenziale. Per questo l’organizzazione ha chiesto a Washington di intervenire su Netanyahu, accusandolo di ostacolare il processo per ragioni di politica interna. Il risultato è il solito cortocircuito mediorientale: tutti parlano di pace, ma nessuno sembra disposto a fare per primo il passo che l’altro considera indispensabile.

E mentre Gaza rimane appesa a questo braccio di ferro, il resto della regione continua a muoversi. Sul fronte iraniano, infatti, non arrivano segnali molto più incoraggianti. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha smentito l’esistenza di colloqui diretti con gli Stati Uniti, spiegando che al momento ci sono soltanto scambi di messaggi attraverso intermediari. Dunque, nessun negoziato ufficiale tra Washington e Teheran.

E anche qui il punto decisivo è uno: lo Stretto di Hormuz

L’Iran continua a legare la questione della riapertura dello Stretto a precise condizioni, mentre i pasdaran hanno chiarito che un eventuale accordo con l’Oman non significherebbe automaticamente la riapertura di Hormuz alla navigazione internazionale. È una partita enorme, perché Hormuz non è un dettaglio geografico qualsiasi. È uno dei principali snodi energetici del pianeta e qualsiasi limitazione alla navigazione può avere conseguenze ben oltre il Medio Oriente. Donald Trump, secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, starebbe valutando persino la possibilità di dichiarare una vittoria sull’Iran senza necessariamente arrivare subito a un accordo definitivo sul nucleare. Ma anche in questo caso resta un problema: Teheran non sembra intenzionata a concedere facilmente ciò che Washington pretende.

Due crisi, un’unica partita

Gaza e Iran sono formalmente due dossier diversi, ma in Medio Oriente finiscono inevitabilmente per intrecciarsi. Trump cerca una soluzione complessiva: fermare la guerra a Gaza, disarmare Hamas, avviare la ricostruzione e contemporaneamente trovare una via d’uscita dal confronto con l’Iran. Ma gli alleati e gli avversari degli Stati Uniti continuano a mettere sul tavolo le proprie condizioni. Israele dice: prima Hamas deve essere disarmata. L’Iran dice: prima devono essere affrontate le condizioni poste da Teheran.

Hamas chiede agli Stati Uniti di fermare Netanyahu. E gli Stati Uniti cercano di tenere insieme una partita diplomatica che, al momento, appare tutt’altro che chiusa. Nel frattempo gli Houthi hanno attaccato le forze saudite nel porto yemenita di al-Makha, aggiungendo un altro fronte a una regione già attraversata da tensioni e conflitti. Insomma, la diplomazia continua a lavorare, ma la strada è ancora lunga. E Netanyahu, questa volta, ha voluto essere molto chiaro: Trump può essere un grande amico di Israele, ma sulla sicurezza dello Stato e sul destino di Gaza l’ultima parola, per Gerusalemme, resta a Gerusalemme.

Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).

Iscrivi al canale whatsapp di nicolaporro.it

SEDUTE SATIRICHE

L'ottimismo dell'opposizione - Vignetta del 07/08/2026 - Sedute Satiriche di Beppe Fantin

L'ottimismo dell'opposizione

Vignetta del 07/08/2026
L'inferno è pieno di buone intenzioni