Esteri

No, i nostri nonni non erano come i clandestini di oggi

A 70 anni dalla tragedia di Marcinelle: i lavoratori italiani dovevano avere un contratto già in essere o rischiavano l'arresto e l'espulsione

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L’8 agosto c’è stato, in Belgio, la rievocazione della tragedia di Marcinelle, che trae spunto dalla omonima località facente parte del comune di Charleroi, quando in quella miniera della Vallonia morirono per un incendio e per i gas 262 minatori, di cui 136 italiani provenienti da tutta Italia. Analoghe cerimonie ci sono già state in diverse località italiane, tra cui Nembro, paese della bassa Val Seriana (Bergamo), dove uno dei soccorritori che all’epoca cercarono di salvare quante più vite possibili ha poi ricreato, con grande dovizia di particolari, una porzione di miniera e una fedele riproduzione di una delle cosiddette “corons”, cioè una baracca fatta di mattoni, con il pavimento in cemento ed il tetto in lamiera ondulata, che ospitavano alla bell’e meglio una trentina di minatori.

Sto parlando di Lino Rota, 97 anni, che fu uno dei primi soccorritori e i cui occhi diventano lucidi al solo cenno di ricordo, e della moglie, Signora Mariuccia Abondio Rota, che assieme al marito Lino mantiene vivo il ricordo dell’emigrazione italiana, e bergamasca in particolare. Momenti che mi hanno toccato quando sono stati letti, al rintocco della campana, i nomi dei 136 italiani morti nella miniera e che furono successivamente insigniti della Medaglia d’Oro al Merito Civile, grazie anche all’impegno dei Ministri dell’epoca, Beppe Pisanu e Mirko Tremaglia.

La tragedia di Marcinelle rappresenta una delle più tragiche vicende che abbiano mai colpito le decine di milioni di italiani che, in varie ondate, lasciarono l’Italia per inseguire una vita migliore. Molti di questi nostri connazionali morirono, soffrirono, furono emarginati, ghettizzati, insultati e schiavizzati, ma alla fine riuscirono ad affermarsi e a far parte integrante del tessuto sociale in cui si erano stabiliti. Tanti hanno raggiunto i vertici di grandi aziende pubbliche e private, sono diventati star del cinema, campioni dello sport, hanno fatto carriere di livello assoluto nella politica, nella cultura, nella finanza ed in ogni altro settore della vita di quelle nazioni.

Questo ricordo mi fornisce però lo spunto per respingere al mittente il tentativo, portato avanti anche da alcune istituzioni dello Stato, di paragonare l’emigrazione italiana e quella irregolare che da anni sta portando, in Italia, decine di migliaia di persone che, non assorbite dai canali regolari, finiscono per incrementare la criminalità predatoria che infesta le nostre città. Nel caso di Marcinelle – ma l’esempio può estendersi a tutte le “grandi emigrazioni” italiane del ‘900 – gli italiani dovevano avere un contratto già in essere, come quello previsto dallo scandaloso accordo “uomini contro carbone”,  firmato il 23 giugno 1946 tra l’Italia e il Belgio, che prevedeva l’invio di lavoratori italiani in cambio di forniture di carbone tra i due Paesi, o comunque dovevano avere documenti in regola, perché chi non lo era rischiava l’arresto, il respingimento immediato alla frontiera e l’espulsione forzata (espulsione vera, non fittizia).

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Quello che è, ad esempio, accaduto in misura massiccia a Lampedusa in questi anni, fenomeno oggi più contenuto grazie alle politiche messe in campo dal governo di centrodestra, non può essere assolutamente paragonato alla nostra emigrazione, e solo accennare ad una sia pur velata somiglianza lede l’onore dei milioni di italiani che emigrarono per lavorare, e non certo per altre motivazioni. Se c’è un termine di paragone tra la nostra emigrazione e l’emigrazione verso il nostro Paese, è quella dettata dai Decreti Flussi a favore di cittadini non comunitari, per lavori subordinati, stagionali o autonomi.

Quella è l’immigrazione che arricchisce una Nazione, che vede l’utilizzo dei canali regolari ed ufficiali, e non certo quella clandestina o irregolare, fatta entrando illegalmente via mare o via terra (bisogna pur ricordare che è ancora reato l’ingresso ed il soggiorno illegale in Italia ex art. 10-bis del D.Lgs. 286/1998, che prevede di fatto un’ammenda da 5.000 a 10.000 euro), fatta senza documenti, fatta con dichiarazioni mendaci sulla provenienza o sull’età, e che non fa che mettere in pericolo la tenuta sociale di una società, come l’esperienza di Ceuta insegna.

Col. (ris.) Sergio De Santis, 10 agosto 2026

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