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No, la colpa della “crisi energetica” non è della guerra

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Devo dire che prendo atto con non poca mestizia dei pensieri dell’organo pensante del Paese in ordine al problema energetico che ci affligge. Mi riferisco, in particolare, alla stampa e alle trasmissioni radio-tv ove codesto organo pensante trasforma in parole – dette e scritte – il proprio pensiero. Certo, analoga mestizia provo per l’organo decisionale, cioè chi ci governa, per le decisioni che, sull’argomento, son state fatte negli ultimi trent’anni. Però, mentre chi decide può essere motivato da diversi fattori – che vanno dalla convenienza politica, personale o del proprio partito (ma spesso, temo, personale, molto personale) alla ragion di Stato che include, tra le altre cose, anche i rapporti con altri Paesi, l’organo pensante proprio non lo capisco.

Non la guerra in Ucraina, ma le scelte del governo

Secondo alcuni quotidiani, «la ragione principale della crisi energetica è imputabile al conflitto in Ucraina». Cosa c’entri la crisi ucraina è un mistero. Innanzitutto, l’Italia vive in crisi energetica da trent’anni, una crisi che si accentua di anno in anno per le scelte che di anno in anno si fanno sempre più scellerate. E poi non è tanto la guerra in Ucraina ciò che ha contribuito ad aggravare questa crisi – che è cronica – quanto, piuttosto, le scelte fatte dal governo di rapportarsi ad essa. Inviare armi contro, prima, e sanzionare, poi, chi ci fornisce una buona fetta del gas senza il quale, per le scelte degli ultimi trent’anni, il nostro Paese è destinato a morire, non sembra sia stata una mossa gran che furba. Anzi, diciamola tutta, è stata una mossa da cretini. Detta così la frase può suonare canzonatoria, forse divertente a chi ha spirito ridanciano, ma la cosa è tragica.

E se avessimo insistito troppo sulle rinnovabili?

Leggevo pure che l’errore della transizione ecologica sarebbe quello di «essere andati a rilento con la realizzazione di nuovi impianti rinnovabili». Questa affermazione è in conflitto col fatto che il contributo del solare alla produzione elettrica è quasi del 9% in Italia, meno del 6% in Ue e meno del 4% negli Stati Uniti. Quindi, al confronto d’altri, siamo andati come treni. Il che farebbe sorgere il legittimo dubbio: e se fosse proprio questa nostra insistenza sulle rinnovabili ad aver aggravato la crisi? Chi ha cognizioni tecniche sa cosa rispondere: la crisi energetica nasce proprio da quella che non può che interpretarsi una posizione ideologica, cioè dall’aver perseguito pervicacemente una strada di approvvigionamento energetico che è, per ragioni tecniche, un fallimento.

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Figura: Contributo percentuale del solare alla produzione elettrica in Italia, nella Ue e negli Usa.

Aspettando la pioggia…

Infine, devo dire che trovo grottesco anche solo nominare la carenza di piogge come motivo di preoccupazione. Sarebbe come il padre di famiglia che si ritrova al lunedì di Pasqua la dispensa vuota e i figli che muoiono di fame e incolpa i negozi di alimentari che nei giorni di Pasqua e Pasquetta son chiusi. Ogni anno di questi tempi l’organo pensante del Paese – stampa e Tv – lanciano strali contro non si sa chi per i giorni di siccità che metterebbero «in ginocchio» (questa è la più gettonata metafora dei comunicati-stampa) un Paese evidentemente incapace di affrontare una circostanza che sarebbe gestibilissima se solo a gestirla ci fosse meno fantasia, da parte di alcuni, e meno opportunismo, da parte di altri.

Non so dire chi è più pericoloso. A occhio e croce i secondi. Quelli che dicono che i nostri errori sono stati i «no» detti su tutto: al nucleare, al carbone, alle trivellazioni, agli inceneritori, ai rigassificatori, all’eolico, al solare, e via di questo passo. Non è così: bisogna distinguere le cose alle quali è giusto dire di no (le ultime tre cose dette) da quelle alle quali bisogna dire di sì (le prime quattro dette). Se questo non si fa, se non si distinguono le cose, si permane immersi in una nebbia nella quale sbattere il muso, e di brutto, sarà un inevitabile evento.

Franco Battaglia, 22 giugno 2022