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“La minorenne si vuole divertire”. Fermi, andateci piano con Bastoni

La ragazza aveva quasi 18 anni, lui poco più di 20. Lei sostiene di non aver ricevuto denaro. L’accusa va chiarita, ma trasformare subito il calciatore in un mostro da copertina è giustizialismo

Bastoni
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C’è un’indagine. C’è un’accusa pesante, anzi pesantissima. E ci sarà, com’è giusto che sia, un interrogatorio nel quale Alessandro Bastoni potrà fornire la propria versione dei fatti. Poi toccherà ai magistrati valutare gli elementi raccolti, stabilire se chiedere un processo ed eventualmente dimostrare l’accusa davanti a un giudice. Questo sarebbe il normale funzionamento di uno Stato di diritto.

Nel frattempo, però, è già cominciato un altro procedimento. Più rapido, più rumoroso e infinitamente meno garantista: il processo celebrato sui giornali, sui social network e nei tribunali improvvisati dell’indignazione pubblica. Un processo nel quale sono sufficienti poche righe estrapolate da una chat per trasformare un’accusa ancora tutta da dimostrare in una sentenza definitiva. Nel quale Bastoni rischia di diventare, nel giro di qualche titolo, “il calciatore che va con le escort minorenni”. O, peggio ancora, un “pedofilo”. Prima di distribuire etichette tanto infamanti, sarebbe opportuno fermarsi davanti a due dati che emergono proprio dalle ricostruzioni pubblicate dal Corriere della Sera e da Repubblica.

Il primo è temporale e anagrafico. La vicenda risale al luglio del 2020, quindi a sei anni fa. La ragazza aveva 17 anni e 8 mesi, Bastoni ne aveva 21. Non stiamo parlando di un uomo maturo accusato di aver cercato una bambina, ma di due persone separate da pochi anni di età. Questo non elimina automaticamente l’eventuale rilevanza penale dei fatti contestati: la prostituzione minorile è un reato e spetterà alla Procura dimostrare se Bastoni fosse consapevole dell’età della ragazza e se vi sia stato un pagamento collegato a una prestazione sessuale. Ma proprio questa è la questione: va dimostrato.

Il secondo dato è forse ancora più rilevante. Secondo il Corriere della Sera, la ragazza, sentita come testimone, “avrebbe dichiarato di non aver ricevuto nulla da Bastoni”. Repubblica aggiunge che la giovane “avrebbe ridimensionato i fatti” e riferisce che anche altre donne frequentatrici di quel giro avrebbero dichiarato di essere state con alcuni giocatori non per denaro. E ancora: “L’ho conosciuto, ci sono andata ma non ho mai preso soldi da lui. Non facevo la escort”. Non sono particolari marginali. Sono il cuore dell’accusa.

Perché Bastoni non è indagato per aver avuto una relazione sessuale con una ragazza più giovane di lui. È indagato per prostituzione minorile. Per sostenere questa contestazione sarà quindi necessario provare non soltanto che quella notte la ragazza si trovasse a casa del calciatore, ma che vi siano stati atti sessuali a pagamento e che Bastoni fosse consapevole sia del pagamento sia della minore età della giovane. La presenza della ragazza nell’abitazione non dimostra, da sola, né il sesso né tantomeno la prostituzione. È cristallino.

In un messaggio della giovane riportato dal Corriere si legge: “Sisi tutto okei. Sono a casa di (Bastoni, ndr) dormo qui”. Nella versione pubblicata da Repubblica si legge: “Tutto ok. Sono a casa di Bastoni, dormo qui e domani mattina mi riaccompagnano a casa”. È certamente un elemento investigativo. Non è ancora una condanna. Anzi. Ci sono poi le chat tra il difensore dell’Inter e Alessio Salamone. Conversazioni volgari, immature, poco edificanti. Nessuno ha l’obbligo di trovarle eleganti. Nessuno deve trasformare Bastoni in un modello di galanteria solo perché è un giocatore della Nazionale.  Ma la volgarità non è automaticamente un reato. Soprattutto in una conversazione privata. Essere tirchi sul prezzo del sushi non equivale a pagare una prestazione sessuale. Chiedere “ma là ci sono posti per imboscarsi?” può suggerire l’intenzione di appartarsi con una ragazza, ma non dimostra che quella ragazza fosse stata pagata. E soprattutto non dimostra che il calciatore conoscesse la sua età.

Il passaggio più compromettente è semmai quello nel quale Salamone scrive: “La minorenne credo che ti vuole chiav…”. È una frase che gli investigatori dovranno contestualizzare. Bisognerà capire che cosa Bastoni avesse letto, che cosa avesse compreso e che cosa sia realmente accaduto dopo quella conversazione. Non basta però una parola utilizzata da un intermediario per ricostruire automaticamente la consapevolezza e la responsabilità penale di un’altra persona. Il difensore del calciatore, l’avvocato Salvatore Scuto, ha dichiarato al Corriere: “Posso escludere che il mio assistito abbia mai avuto rapporti a pagamento, tanto meno con minorenni”. Netto, tranchant. Secondo Repubblica, il senso delle parole confidate da Bastoni alle persone a lui vicine sarebbe questo: “Parliamo di sei anni fa, all’epoca avevo vent’anni, ero appena arrivato all’Inter, ero single. Non c’è mai stato niente con quella ragazza, e non ho mai avuto la consapevolezza di aver avuto rapporti con minorenni. Tanto meno ho pagato qualche ragazza per avere rapporti, a maggior ragione se minore”. È una versione difensiva, certamente. Come è una versione accusatoria quella della Procura. Ed è esattamente per stabilire quale delle due sia supportata dalle prove che esistono le indagini e i processi. Quello che non dovrebbe esistere è la scorciatoia morale con cui si passa dall’iscrizione nel registro degli indagati alla gogna.

Il termine “pedofilo”, peraltro, è non soltanto mostruosamente offensivo, ma completamente sproporzionato rispetto ai fatti descritti. Come evidenziato in precedenza, la ragazza aveva quasi diciotto anni e Bastoni era poco più che ventenne. Utilizzare quella parola non aiuta a comprendere la vicenda: serve esclusivamente a distruggere la reputazione dell’indagato prima ancora che abbia potuto difendersi. Lo stesso vale per la rappresentazione del calciatore come cliente abituale di escort. Dagli articoli pubblicati non emerge, allo stato, che Bastoni abbia pagato la ragazza. Anzi, emerge la dichiarazione opposta della diretta interessata. Naturalmente, nuovi elementi potranno cambiare il quadro. Potrebbero emergere pagamenti, accordi espliciti o prove della consapevolezza dell’età. In quel caso sarà corretto raccontarli e valutarli con severità e trasparenza.

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Ma oggi il quadro è quello descritto dal Corriere e da Repubblica: un’indagine fondata anche su chat risalenti a sei anni fa, una ragazza di 17 anni e 8 mesi, un calciatore poco più che ventenne e una testimone che avrebbe escluso di aver ricevuto denaro da lui e ridimensionato l’episodio a una questione sessuale. È sufficiente per indagare e approfondire. Non è sufficiente per condannare. E dovrebbe essere certamente insufficiente per appiccicare a un ragazzo l’etichetta eterna di pedofilo che paga minorenni.

Il garantismo non consiste nel sostenere che Bastoni sia sicuramente innocente. Consiste nel ricordare che, fino a prova contraria, non è colpevole. Una distinzione semplice, quasi banale. Ma nel circo mediatico italiano spesso è la prima cosa che viene dimenticata.

Massimo Balsamo, 1 luglio 2026

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