Scuola

Il dibattito

Non dite frottole: l’assumificio scolastico non è liberista. Ecco l’alternativa

Si apre il dibattito sul nostro sito: "Il numero di studenti cala, ci sono troppi docenti di sostegno. Il Pnrr? Politica dirigista e statalista"

Valditara scuola
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Nel 2025 ci saranno circa 134.000 studenti in meno nelle scuole italiane. Non si tratta di una variazione casuale o congiunturale, ma di un crollo strutturale che da anni accompagna la denatalizzazione del Paese. Eppure, di fronte a uno scenario simile, lo Stato italiano decide di assumere 54.000 nuovi docenti. Una scelta non solo insensata, ma simbolo evidente di quanto la macchina pubblica sia ormai scollegata dalla realtà che dovrebbe servire.
C’è chi, come Salvatore Di Bartolo, tenta di giustificarla con un certo zelo da notaio del conformismo, parlando di “stabilizzazioni” e “pensionamenti”. Ogni anno, in effetti, circa 27.000 insegnanti lasciano il servizio. Ma nello stesso periodo il numero degli studenti cala a un ritmo molto più rapido. Il risultato è una corsa a vuoto: meno alunni, più personale. Il saldo è ampiamente positivo sul fronte della spesa pubblica, e decisamente negativo su quello dell’efficienza. Nessuna azienda privata continuerebbe ad assumere mentre perde clienti. Eppure, nel mondo ovattato della scuola statale, tutto questo non solo accade, ma viene persino celebrato come un segno di progresso civile.

Il paradosso diventa ancora più evidente se si osserva l’impennata del numero di docenti di sostegno, di cui nessuno parla apertamente, oggi pari a circa un quarto del totale. Si parla di oltre 120.000 insegnanti su 684.000, a fronte di una popolazione scolastica con disabilità pari al 3,6%. Il rapporto è distorto, sproporzionato, e in molti casi francamente assurdo. In diverse classi si arriva a quattro o cinque insegnanti per quindici studenti, con situazioni in cui il “sostegno” è ridotto a mera presenza formale, senza alcun impatto effettivo. È il frutto di un’ideologia dell’inclusione trasformata in strumento automatico di moltiplicazione delle cattedre. Non c’è altro settore in cui il concetto di presunto “sostegno” ai più deboli venga così spregiudicatamente tradotto in “stipendio garantito” del tutto inutile alla mission che lo giustifica.

E mentre lo Stato assume, spende e stabilizza, Di Bartolo, spiace dirlo, con il tono di chi legge il bollettino ministeriale come fosse Evangeliario, tira fuori la foglia di fico preferita da chi non ha il coraggio di proporre riforme: il PNRR. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, presentato come grande occasione per l’Italia.
Un mostro dirigista che si è rivelato per ciò che era: una gigantesca operazione politica a debito mascherata da piano economico, parte integrante del progetto dirigista e centralizzatore chiamato Next Generation EU, l’apoteosi del super-statalismo targata UE.

L’Italia è stato, non a caso, il Paese che ha chiesto più fondi di tutti: 71,8 miliardi a fondo perduto e altri 122,6 miliardi in prestiti, per un totale superiore al 10% del PIL pre-Covid. I secondi classificati, i greci, hanno chiesto dieci volte meno. Eppure, c’è chi si definisce liberale e al contempo difende questo impianto tecnocratico, costruito per moltiplicare spesa pubblica e burocrazia. È giunto il momento di distinguere il liberalismo come semplice postura dalla libertà come principio irrinunciabile.

Perché qui, caro Di Bartolo, non siamo di fronte a un difetto di coerenza, ma ad un tuo preciso allineamento culturale con il paradigma statalista europeo.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un sistema scolastico ipertrofico, inefficiente, autoreferenziale e a dirlo sono la stragrande maggioranza dei docenti. Un apparato che si protegge criminalizzando ogni dissenso. Chi solleva critiche viene accusato di cinismo, chi parla di costi viene bollato come insensibile. Nel frattempo, il problema del precariato, lungi dall’essere risolto, viene semplicemente stabilizzato: reso definitivo, a spese dei contribuenti. Stabilizzare un’anomalia non è un atto di giustizia: è la consacrazione di un fallimento. È come un medico che prima ti rompe una gamba e poi si vanta per avertela ingessata.

Una vera riforma del sistema scolastico italiano dovrebbe partire da una revisione radicale. Non servono proroghe, posticipi, duplicazioni, né nuove sovrastrutture. Occorre eliminare le figure inutili, ridurre gli sprechi e riallocare le risorse premiando i migliori, pubblici o privati che siano. E soprattutto adeguare gli stipendi dei docenti italiani alla media OCSE, oggi compresa tra i 45.000 e i 55.000 euro annui per il livello secondario. In Italia la media si ferma poco sopra i 32.000 lordi.

È il segnale plastico di un sistema che assume troppo e valorizza poco. Dove non esiste meritocrazia, né nel corpo docente né nella formazione degli studenti. Sono le pretese dello Stato che vanno ridotte, non i margini di libertà. È la pianificazione statalista, sempre a ribasso, che va respinta.

Noi crediamo che questo schema debba essere spezzato, non gestito. E per farlo proponiamo due riforme concrete, liberiste, di rottura.

La prima: la privatizzazione dal basso di una parte del sistema scolastico. In tre anni, lo Stato può ridurre il proprio personale di almeno 55.000 unità, incentivando gli insegnanti a costituire scuole private autonome. Gruppi di almeno dieci ex-docenti a cui lo Stato trasferisce gratuitamente edifici scolastici sottoutilizzati, spesso oggi destinati al degrado. Il patrimonio stimato è di circa 2.750 immobili. Le nuove scuole sarebbero completamente autosufficienti, finanziate con rette o donazioni private, libere di selezionare, innovare, premiare il merito. Il risparmio pubblico sarebbe immediato: 1,65 miliardi di euro l’anno solo in stipendi, circa 5 miliardi nel triennio, a cui si aggiungerebbero i risparmi su manutenzione, utenze e burocrazia.

La seconda proposta è il buono scuola. Non più il finanziamento delle strutture, ma la promozione della libertà di scelta. Ogni genitore riceve un voucher per iscrivere i figli alla scuola che preferisce: pubblica, privata, paritaria o parentale. Lo Stato al limite si occupa del diritto all’istruzione, non della gestione del servizio. Il risultato? Un sistema scolastico competitivo, trasparente, orientato alla qualità. Dove la buona scuola non si proclama: si dimostra.

Queste due riforme – la privatizzazione dal basso e il buono scuola – sono realizzabili, liberali, sostenibili. E rappresentano tutto ciò che i difensori del sistema temono di più: meritocrazia, responsabilità, libertà.
Se tutto questo viene liquidato come “liberismo un tanto al chilo”, rispondiamo con piacere: sì, ne servono quintali. Perché è sempre meglio un chilo di libertà che una tonnellata di apparato inefficiente, ipocrita e insaziabile e dei suoi chierici “liberali” come fiore all’occhiello.

Andrea Bernaudo, 20 luglio 2025

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