All’istituto comprensivo Caio Giulio Cesare di Mestre l’anno scolastico parte con un dato tragico che dimostra, per l’ennesima volta, che a tantissimi l’integrazione piace unicamente a parole: nelle due sedi della scuola dell’infanzia sono presenti solo tre cognomi italiani, nelle sei classi delle medie invece i ragazzi autoctoni sono una decina scarsa. Quasi tutti gli altri alunni dell’istituto hanno origini bengalesi. Sono pochissimi anche gli stranieri di altre nazionalità, elemento che rende questa situazione non un esempio di multietnicità ma la dimostrazione empirica che esiste un’exclave di Dacca nel nostro Paese.
Davanti a questa situazione, i collaboratori scolastici e il personale amministrativo non hanno chiesto la riconferma e sono scappati a gambe levate. I precari con contratto in scadenza a giugno o ad agosto se ne sono andati. Tra i nuovi assunti regionali, nessuno ha scelto quest’istituto. In segreteria è rimasto, di fatto, il solo direttore dei servizi generali e amministrativi. E così la nuova dirigente, arrivata da un’altra regione, ha trovato gli uffici vuoti e ha dovuto convocare in extremis personale a termine. La preside parla così di “una grande sfida”.
Eppure, aldilà della voglia di gettare il cuore oltre l’ostacolo da parte di una (evidentemente) caparbia professionista, c’è da guardare in faccia la realtà. Interagire con famiglie bengalesi per nulla adattatesi al territorio che le ospita è difficile: ad esempio, nella stragrande maggioranza dei casi, queste persone hanno una scarsissima conoscenza dell’italiano. Questo meccanismo ha svuotato le classi degli alunni italiani, con i genitori ovviamente preoccupati di lasciare i propri figli in un ambiente troppo penalizzante. La scuola in oggetto dunque è diventata il punto di riferimento di una sola comunità (essendo comoda per chi vive tra Marghera, la stazione e i cantieri o i ristoranti del centro).
Il colmo? Tutto ciò non sarebbe nemmeno possibile, stando ai regolamenti ministeriali. Esiste infatti una norma che limiterebbe al 30% la presenza di alunni stranieri nelle classi, proprio per evitare la formazione di scuole-ghetto. A Mestre questa soglia è però carta straccia. Lo stesso destino che rischiano tantissime altre scuole nelle periferie delle grandi città, dove l’enorme presenza di migranti e le iscrizioni di fatto circoscritte in un areale ristretto produrranno forse tanti casi analoghi.
Come possiamo pensare che questo sia un modello vincente di integrazione se persino gli insegnanti fuggono senza guardarsi indietro vista la difficoltà didattica di questi alunni, messi davanti ad una lingua che non hanno mai parlato in casa o fra di loro? La contraddizione è talmente tanto evidente che stavolta nemmeno a sinistra hanno l’ardire di celebrare “il coraggio della diversità” e altri slogan da due lire. Se la scuola italiana smette di essere il luogo in cui si impara l’italiano e le regole del Paese e diventa il prolungamento del paese d’origine siamo davvero bolliti.
Intanto la preside nuova di zecca deve tenere in piedi un istituto senza segreteria stabile, con classi sostanzialmente mononazionali e con un personale che ha già dimostrato di non volerci restare. Le lezioni partiranno lo stesso, si dice. Certo, partiranno. Resta da capire cosa si insegna, in che lingua si comunica con le famiglie (e persino in classe tra compagni) e quale idea di scuola pubblica sopravvive a queste condizioni. Chiamarla sfida è un eufemismo fin troppo ottimistico.
Alessandro Bonelli, 11 settembre 2026
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