Politica

“Non escludo di candidarmi”. Adesso Albanese si sente l’anti-Meloni

La relatrice Onu: "Io riempio le piazze". Se queste sono le prospettive, c'è poco da stare allegri

Francesca Albanese
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Le Francesca Albanese non nascono dal niente, sono road map, assemblaggi tra il mediatico e il politico di mine vaganti per destabilizzare e, se l’operazione va in porto, dirottare il potere, il “sistema” che dicono di combattere. Le Albanese, con le loro faziosità preoccupanti, le provocazioni studiate, le mezze o false verità, i titoli millantati e “te la vedrai coi miei avvocati”, come minacciava il tignoso professor Puglisi, che poi gli avvocati non li ha mai visti, compresa la sedicente avvocato Albanese, salgono da precisi intenti e organizzazioni allo stesso modo del contraltare Vannacci ed hanno sempre la stessa strategia: spararle grosse, sempre di più, all’insegna di quella filosofia di vita sbeffeggiata da Jannacci, “l’importante è esagerare”.

Poi naturalmente esagerare è un azzardo, una roulette russa, e avendo fin troppo esagerato Albanese si trova costretta a rilanciare sempre di più: dalla allucinante difesa di Hamas passa a quella di Askatasuna, uno dei fiduciari italiani, e essendosi tirata addosso critiche per l’incredibile, ma lucido, avallo all’invasione di una redazione di giornalisti, viene difesa, sorretta da giornalisti, quelli del Fatto, che, esattamente come altri di altre testate col Vannacci, l’hanno costruita mediaticamente. Hic Rhodus, hic saltus: che resta alla pasionaria sfiduciata anche nell’ONU se non l’estremo rilancio, la candidatura espressa? Lo fa in una di quelle occasioni mascherate da intervista, con l’interlocutore spalla che la megafona, le lascia modo e agio di annunciarsi: “Non lo escludo” dice Albanese “io non escludo niente nella vita” e quando uno indulge alla filosofia spicciola del fatalismo è segno che ha già deciso.

Ci si domanda, si domandano, con chi la fatidica discesa in campo: ma è facile, coi post grillini di Travaglio, che è il regista della faccenda, uno che, avendolo conosciuto 25 anni fa, non ho mai avuto dubbi sul suo futuro percorso, presunto erede di Montanelli, “Casandrino” sulla Padania, poi Repubblica, Unità, fino a costruire il Fatto che è Lotta Continua mezzo secolo dopo. Qui si formano i miti grilleschi dai giudici d’area ai giudici traghettati nel potere diretto, i De Magistris, gli Ingroia, i Di Pietro, successivamente mollato e ridimensionato a Di Dietro, ah, l’ossessione per il lato B dei fattaroli, fino alla Sabina Guzzanti, tutta gente che, capitata nel cono di luce di Travaglio, è scoppiata presto: farà così anche l’eccessiva Albanese? Discesa in campo o discesa e basta?

Che la funzionaria sia oltremodo convinta, fino all’esaltazione, non c’è dubbio: adesso si sente in grado di mobilitare le piazze come e più della Meloni, sbrigativamente sistemata nella solita fama di fascista e in più malmostosa, respingente: eccone un’altra che è convinta o sogna di prenderne il posto, di avere più hype da popstar, ma che si calano tutte queste, le Lella, le Francy? Che Meloni stia perdendo appeal ci sentiremmo di sottoscriverlo ovvero sta entrando sempre più in modalità arroganza di potere: quel cipiglio, quella falcata in passerella da fatali destini, che poi non basta il balletto al Festival di Atreju a recuperare la genuinità perduta da Colle Oppio: succede a tutti, prima o dopo, il peso del governo genera diffidenza, le critiche si stratificano, nutrono l’insofferenza, sorge un certo senso di paranoia, da cerchio magico, da “chi non è con me”, anche una coda di paglia inevitabile perché un conto sono le promesse da opposizione e un altro gestire la maledetta stanza dei bottoni di cui parlava Nenni: il potere logora pure chi ce l’ha, soprattutto chi ce l’ha, Andreotti la vedeva al contrario ma lui romano cinico, incallito ci era nato, per il potere era nato e non pativa scrupoli né consunzioni di sorta. Meloni dovrebbe ricordarsi, anche i suoi consigliori dovrebbero osare ricordarle da dove viene e dove sta andando, e che niente c’è di scontato in politica. Però un minimo di senso delle proporzioni, care Lella e Francy!

Piaccia o non piaccia, l’attuale premier tiene nella considerazione di chi l’ha votata; il suo partito, che anche se dirlo come fa Veneziani scatena furie, è lei e solo lei, il 30% fisso è un gradimento tutto e solo personale; quando Lella pretende di sostituirsi in base a un astratto, astruso computo dei voti elettivi, vaneggia; quando Francy si sente più popolare, o populista, partendo e finendo coi propal, prohamas e probierre, ha le allucinazioni. Meloni anzi campa relativamente tranquilla, dopo 3 anni di indecisioni, di rinnegamenti, proprio grazie alle alternative potenziali, alle madamine patetiche che vorrebbero sfidarla, scalzarla e non riflettono sulle dinamiche macro che finirebbero per travolgerle, a differenza di una Giorgia che sarà anche discutibile in certe esitazioni neostataliste, assistenzialiste, ma ha dimostrato di non essere affatto naif, anzi ha imparato presto e bene a barcamenarsi, sia pure al prezzo di trascurare le issues interne compensando con una frenesia internazionale di cui si possono discutere i risultati concreti, ma non le ricadute d’immagine.

Stiamo dicendo che lo scorso agosto il commentatore canadese di origini cinese Greg ha espresso sul Wall Street Journal una intuizione pertinente quanto allarmante circa la politicizzazione dell’economia a livello globale: “Si pensava che la Cina avrebbe adottato un’economia liberista di stampo americano, sta accadendo il contrario, sono gli Stati Uniti ad adottare sempre più un capitalismo di Stato”. È vero: lo Stato, democratico o assoluto che sia, s’impone ovunque con la forza della finanza, della tecnica e della burocrazia, salva o affossa tutto ciò che vuole, detta la linea, orienta, costringe, soffoca le scelte individuali, prevede e provvede. Se queste sono le prospettive, c’è poco da stare allegri per noi ma anche per le fanatiche come Albanese che risolverebbero tutto in chiave brasiliana, nordcoreana o venezuelana, roba che ai fattaroli 5 stelle piace; le conseguenze nell’economia integrata occidentale sarebbero peggio che catastrofiche. Ovviamente di questo non le viene chiesto conto, per evidenti limiti delle spalle e perché c’è da protrarre la costruzione mediatica, ma diremmo che se pure Francy un posto a tavola lo troverà, più coi 5 Stelle che con l’ormai famigerata AVS dei pregiudicati, la cosa si fermerà lì, ad una sinecura dorata, ad una normalizzazione in cachemere come il nuovo cappottino di Ilaria (o di Vannacci). Va sempre a finire così con le Ibarruri di professione, salvo che non finiscano nell’oblio un po’ alienato di quelli bruciati da Travaglio.

Max Del Papa, 23 dicembre 2025

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