Politica

Non “fatevi fottere” dalla coppia Gruber-Bortone

Le due conduttrici tv infiammano i social dopo il caso Scurati e il libro di “Lilli La Rossa” sul porno

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The last dance. Che triste deriva quella rappresentata sui social media da donna “Mestizia” Moratti. Sulle note di “Simply the best”, la mamma di Batman balla scatenata accanto ad Ivana Spagna per creare “traffico” su Instagram e acchiappare like per le elezioni europee dove, dopo la parentesi regionale Renzi-Calenda, è ora candidata con Forza Italia inzigando però per un posto al governo anziché a Bruxelles. In Asia la chiamano “instagramization” della società.

La  piattaforma social di Meta ha già snaturato la campagna elettorale americana, antesignano illustre fu Donald Trump che, nel 2020, si esibì sulle varie pedane agitando bacino e braccia al ritmo di YMCA così come, nel 2023, quella coreana, dove i politici ballano in appositi palchetti sistemati per strada invece di fare i comizi. Anche da noi Donna Letizia non balla da sola. Ormai chiunque produce una nuova tipologia di sè a favore dei social: e sembra “reale” e oggetto di dibattito soltanto ciò che si viralizza nel web, nonostante sia  costruito ad hoc. Il fenomeno dilaga sia a destra che a sinistra, ma è proprio qui che la propaganda mette a segno più goal. Esempi ce ne sono a iosa da Matteo Salvini al sindaco Gualtieri.

Tuttavia quelli che maggiormente infiammano i social media sono rappresentati da due “totem” televisivi muliebri della sinistra combattente: Serena Bortone e Lilli Gruber. Bortone, con un fiuto politico per cui potrebbe dare ripetizioni a Elly Schlein, è riuscita a far passare una banale vicenda burocratica ed economica come una clamorosa censura ad un ospite della sua trasmissione, trasformandolo in un martire dell’antifascismo celebrato, in odio alla premier, sulla stampa internazionale progressista.

La Gruber, dal canto suo, nel nuovo libro dal titolo monitorio Non farti fottere-Come il supermercato del porno online ti ruba fantasia, desiderio e dati personali, con toni di sfida dichiara nelle interviste: “Sono la prima a parlarne”, mentre dell’argomento  a favore di click online si è già discusso a lungo all’estero, ed in Italia è da più di un anno che crea dibattito. Un editoriale al coraggio, vergato in buona fede da Aldo Cazzullo, ha lanciato il suo libro, sul mercato del porno, come un’opera che rompe i tabù, una provocazione per quello che definisce “governo ipocrita” che non legifera a favore delle nuove generazioni che imparano il sesso da Pornhub. Un modo per attaccare Giorgia fin dalla prima pagina mentre la ministra della famiglia Eugenia Roccella lo fa con un decreto legge.

Ma l’ex mezzobusto Rai non può “ignorare” che il tema fu affrontato a fine luglio nella cattolica Rai1, con tanto di dettagli poco noti: dagli “incel” – giovani che non fanno sesso – alla chirurgia vaginale (citati anche in due capitoli del suo libro). Soprattutto perché – indovina un po’ – quella trasmissione sull’esposizione dei giovanissimi al porno è stata trasmessa proprio sotto la direzione di Paolo Corsini: uno dei martiri preferiti della sinistra. “Reo” di essere un giornalista andato ad un convegno di Fratelli d’Italia anziché farsi eleggere in Europa, come invece fece “Lilli la Rossa” nelle fila di un partito di sinistra. La tematica della necessità di guidare al sesso i nostri giovani, la cui educazione sessuale sarebbe oggi rimessa ai video porno, era stata ripresa già un anno fa in prima pagina sul giornale di Confindustria, Il Sole 24 Ore di Fabio Tamburini e, come se non bastasse, anche su Rai Radio 1, diretta dal pio Pionati.

Sono solo due esempi di come la forza della rete, se sufficientemente appoggiata dalla solita armata Brancaleone della sinistra, è capace di piegare il racconto dei fatti pro domo sua. La realtà virtuale che mette nell’angolo la verità. Di rimando, anche la destra non è esente dall’”instagramization” ma lo fa in modo maldestro e sventato che spesso gli si ritorce contro. Il malcapitato Giorgio Zanchini, intelligente conduttore di Rai Radio1, è rimasto infatti solo per poche ore antisemita a favore di social, accusato senza ragione dagli account di destra soltanto per aver posto una semplice domanda (“lei è ebrea?”) ad Ester Mieli, arguta senatrice di Fratelli d’Italia. Che la guerra dei social, tra balletti e falsità, valga molto più dei “like” e sia cosa seria proprio perché consente di raccogliere dati (e quindi di sapere dove si posiziona politicamente il follower per poi rafforzarne o mutarne l’opinione con bombardamenti di post e tweet) se ne sono finalmente accorti anche in Rai.

Dopo anni buttati, in cui a Raiplay sembravano quasi fieri di non sfruttare i dati personali degli utenti (iscritti alla piattaforma della Tv pubblica con nomi, cognomi, età e preferenze e, quindi, ancor più preziosi), ora pare sia partita la raccolta dati e la profilazione. Ma che fine fanno e che fine potrebbero fare questi inestimabili dati di proprietà dello Stato? Come vengono o verranno usati dai manager della Rai? A chi appartengono? Nessuno conosce nemmeno il numero delle visualizzazioni dei singoli programmi, che contano ormai quasi come lo share che, invece, è pubblico. La mole di dati è enorme. Ci sono informazioni sui giovani, raccolte durante il Festival di Sanremo, quelle delle casalinghe, dei pensionati, dei disoccupati, degli immigrati e dei disabili.

Tutti target di consumo (ma anche di interessi politici); i dati dovrebbero essere utilizzati per personalizzare l’offerta Raiplay, un po’ come avviene con Netflix. Eppure le homepage Raiplay restano uguali per tutti. Vengono dunque usati solo per la pubblicità e non per costruire un’offerta migliore per i singoli utenti come dovrebbe essere nella logica del web? Di questo, anziché  preoccuparci dei dati raccolti dall’industria del porno, nessuno parla davvero. In questo caso, sì, per non farci fottere.

Luigi Bisignani per Il Tempo 5 maggio 2024

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