
Concluse anche le ulteriori audizioni chieste dal centrodestra (in primis la Lega) sul disegno di legge sulla violenza sessuale, martedì prossimo la commissione Giustizia del Senato farà il punto sull’iter. Secondo fonti parlamentari, si riunirà l’ufficio di presidenza che definirà il calendario dei lavori. Il ddl, che ha introdotto il principio del consenso, nasce da un accordo bipartisan su input del premier Giorgia Meloni e della leader dem Elly Schlein. Dopo l’approvazione all’unanimità alla Camera il 19 novembre, il provvedimento è finito al centro delle polemiche per il rallentamento imposto dal centrodestra, che ha chiesto ulteriori approfondimenti su alcuni aspetti della norma: soprattutto la definizione del consenso e la specificazione dei casi di minore gravità. Dalle audizioni supplementari, dicono, sarebbe emersa la necessità di vari correttivi al testo.
Bene. Anzi, benissimo. Perché se c’è una cosa che non possiamo permetterci è fare finta che il problema non esista o, peggio, liquidarlo come una resistenza ideologica di retroguardia. Il pericolo non è scampato. C’è chi continua a insistere. E non è un bene. Qui non si discute la sacrosanta esigenza di colpire e punire duramente la violenza sessuale. Chi violenta deve marcire in galera, senza sconti né ambiguità. Il punto è un altro: trasformare il diritto penale in un terreno scivoloso, dove l’intimità viene regolata per legge con formule vaghe, elastiche, interpretabili ex post. Il consenso, parola magica, rischia di diventare una trappola.
Leggi anche:
La domanda è semplice, quasi banale: che cos’è il consenso? Come si prova? Quando c’è e quando viene meno? Basta un silenzio? Serve un sì esplicito? E se cambia idea dopo? Se non lo chiarisci con precisione chirurgica, non stai tutelando le vittime: stai creando un campo minato giuridico in cui chiunque può finire sotto processo sulla base di percezioni, ricostruzioni, emozioni. Il diritto penale non può vivere di suggestioni.
È per questo che il centrodestra ha chiesto tempo, audizioni, correttivi. Non per sabotare una legge “contro le donne”, come racconta una certa propaganda, ma per evitare un pasticcio normativo che finirà per colpire anche gli innocenti. E attenzione: non è una preoccupazione da maschi spaventati, come qualcuno vorrebbe liquidarla. È una questione di civiltà giuridica. Il ddl, così come concepito, rischia di spostare l’asse del processo: non più l’accertamento di una violenza, ma la decifrazione di un rapporto. Un giudice chiamato a entrare nel letto degli italiani, a ricostruire intenzioni, esitazioni, ripensamenti. Dovremo registrare tutto? Firmare una liberatoria prima di un bacio? Siamo seri.
C’è poi il nodo, tutt’altro che marginale, dei casi di minore gravità. Anche qui: se non distingui, se non analizzi i comportamenti, finisci per mettere tutto nello stesso calderone. E il risultato è una legge simbolica, buona per i titoli e per gli applausi, ma pessima per la giustizia reale. Il fatto che dalle audizioni sia emersa la necessità di “vari correttivi” dovrebbe far riflettere. Vuol dire che i dubbi non erano campati in aria. Vuol dire che le critiche avevano un fondamento. Vuol dire, soprattutto, che non basta l’unanimità della Camera per fare una buona legge.
Occhio, dunque. Non è finita. Perché tra le buone intenzioni e le cattive leggi il passo è breve. E quando si mette mano al codice penale, quando si riscrive il confine tra lecito e illecito nell’intimità delle persone, la fretta è la peggior consigliera. Meglio fermarsi, correggere, chiarire. Prima che sia troppo tardi.
Franco Lodige, 20 dicembre 2025
Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).