La domanda, brutalmente semplice, è questa: quale sarebbe la colpa dei poliziotti? Aver inseguito un uomo che, secondo le ricostruzioni, avrebbe rubato un camion da cava? Aver tentato di fermarlo dopo che avrebbe forzato un posto di blocco? Aver evitato che un mezzo pesante lanciato a forte velocità attraversasse paesi e strade mettendo a rischio chiunque si trovasse davanti?
Perché qui siamo arrivati al paradosso. Cinque agenti finiscono indagati per omicidio colposo dopo la morte di Davide Suvilla, deceduto in Valle d’Aosta durante un inseguimento. Suvilla, residente nel Milanese, si sarebbe impossessato di un camion da cava in un parcheggio e avrebbe poi tentato la fuga lungo la statale 26. Una corsa con un mezzo enorme, dopo aver evitato un primo posto di blocco e, secondo quanto emerso, dopo aver persino provato a mandare fuori strada una pattuglia urtandola. A quel punto che cosa avrebbero dovuto fare gli agenti? Salutarlo con la manina? Prendere nota della targa? Aspettare che si fermasse spontaneamente? È diventato vietato inseguire i banditi?
La dinamica, per quanto tragica, è nota e la riporta TgCom24. Due pattuglie intercettano il camion. Un agente tenta di salire nella cabina dal lato destro. Suvilla, per sottrarsi alla presa, avrebbe aperto la portiera dal lato del guidatore e si sarebbe gettato sull’asfalto mentre il mezzo era ancora in velocità. I poliziotti della seconda auto raccontano di aver sentito un tonfo e di essere intervenuti subito per prestare soccorso. I soccorsi vengono chiamati immediatamente. Ma per l’uomo non c’è nulla da fare. L’autopsia parla di un severo trauma cranico e toracico.
Eppure oggi i cinque poliziotti che hanno partecipato all’inseguimento sono indagati. La procura di Aosta ha aperto un fascicolo per omicidio colposo. Come ha precisato la legale Rachele De Stefanis, avvocata di una delle agenti: “La contestazione è di omicidio colposo per fatto omissivo”. Tradotto: si ipotizza che qualcuno non abbia fatto qualcosa che avrebbe dovuto fare. Ma che cosa, esattamente? Qui sta il punto politico e culturale, prima ancora che giudiziario. Perché se ogni intervento delle forze dell’ordine, ogni inseguimento, ogni tentativo di fermare chi scappa può trasformarsi automaticamente in un fascicolo, allora il messaggio che arriva agli agenti è devastante: fate attenzione a fare il vostro lavoro, perché domani potreste essere voi a dovervi difendere.
È lo stesso clima già visto attorno al caso Ramy. Ogni volta che un inseguimento finisce male, la discussione pubblica si ribalta. Non si parte più da chi fugge, da chi non si ferma, da chi mette in pericolo gli altri. Si parte dagli agenti. Si seziona ogni loro mossa, ogni secondo, ogni scelta presa in condizioni di tensione estrema, come se si trattasse di una partita a scacchi giocata comodamente da una scrivania. Naturalmente nessuno dice che le forze dell’ordine siano al di sopra della legge. Nessuno chiede immunità o zone franche. Se ci sono errori veri, vanno accertati. Ma una cosa è accertare, un’altra è costruire un clima in cui il poliziotto diventa il sospettato naturale ogni volta che interviene contro chi fugge. Intanto i due presunti complici di Suvilla, fuggiti in auto, sono stati arrestati poco dopo a Quincinetto, sull’autostrada A5 in direzione Torino. Dunque non stiamo parlando di un episodio isolato o di una banale infrazione. Stiamo parlando di una fuga, di un mezzo rubato, di pattuglie impegnate a fermare una situazione potenzialmente pericolosissima.
Matteo Salvini è intervenuto così: “La solidarietà mia e di tutta la Lega a questi agenti”. E gli avvocati dei poliziotti hanno ricordato un punto essenziale: “In questa fase non esiste un capo di imputazione, ma una fattispecie di reato. Gli accertamenti sono ancora in corso e le indagini forensi sono ancora da ultimare. Abbiamo tutta la fiducia che gli accertamenti della procura portino a breve a fare chiarezza. I poliziotti erano lì a fare il loro dovere”. Ecco, appunto: erano lì a fare il loro dovere.
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Il nodo è tutto qui. Uno Stato serio non può chiedere agli agenti di proteggere i cittadini e poi lasciarli soli appena qualcosa va storto. Non può pretendere fermezza contro la criminalità e poi trasformare ogni intervento in un rischio personale per chi indossa una divisa. Non si possono legare le mani alle forze dell’ordine e poi lamentarsi se le strade diventano terra di nessuno. La giustizia faccia il suo corso, certo. Ma il buonsenso non venga archiviato. Perché se inseguire chi scappa diventa una colpa, allora il problema non sono più soltanto i banditi.
Franco Lodige, 7 maggio 2026
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