Altre storie

  • Sfaradi

    Usano Floyd per calunniare Israele

    La storia, purtroppo, è come una trottola, gira su se stessa e, prima o poi, ritorna al punto di partenza. Se nel passato .... 

  • Sfaradi

    Quelle ragazze uccise in nome della Sharia di cui nessuno parla

    La notizia più triste degli ultimi giorni arriva dall’Iran, per la precisione dalla piccola città di Haviq, capitale del distretto di Haviq, nella contea di Talesh, nella provincia di Gilan. Romina Ashrafi, una ragazzina di tredici anni, ha avuto la disastrosa idea di scappare di casa con l’uomo di cui si era innamorata, Bahman Khavari di 35 anni. Per la nostra mentalità la prima cosa che salta agli occhi è l’enorme differenza di età fra i due, ma bisogna considerare che a certe latitudini, e soprattutto in zone rurali come quella dove si è svolta la vicenda, enormi differenze di età nelle coppie è una normalità.

    Dopo che il padre di lei, e di conseguenza tutta la famiglia, si era rifiutato di accettare la relazione, la ragazza era scappata di casa. Ancora non è chiaro se si è trattata di una fuga in solitaria o insieme all’uomo. Praticamente quella che un tempo nel sud Italia veniva chiamata “Fuitina”. I familiari della giovane, con la chiara intenzione di continuare a ostacolare questa relazione, hanno sporto denuncia e la ragazza, dopo essere stata convocata dalla polizia locale, è comparsa davanti a un giudice che ha deciso di rimandarla a casa e lo ha fatto nonostante le grida disperate della giovane che, considerando il temperamento violento del padre, ha fatto di tutto per spiegare il pericolo in cui si sarebbe trovata.

    Il giudice, nell’obbligarla a tornare a casa dei genitori, l’ha condannata a morte e quasi sicuramente ha emesso la sua sentenza consapevole di quelle che sarebbero state poi le conseguenze perché giovedì scorso, mentre Romina dormiva sul suo letto, il padre, con l’intento di ristabilire l’onore della famiglia, l’ha sgozzata nel sonno. Romina Ashrafi, è giusto ripetere il suo nome, di tredici anni, è stata sgozzata nel sonno da un padre che ha barattato il suo “onore” con la vita della figlia. Il padre assassino si è poi consegnato alle autorità ben sapendo che, in base alla Sharia che in quel momento lo vedeva come “guardiano” della vittima, non sarà condannato a pene severe. Per cui non c’è alcuna speranza che la povera Romina possa avere giustizia.

    Ciò che lascia basiti è che come genitore il nome del padre, cioè dell’assassino, appare in primo piano sul necrologio della povera ragazza. Un ulteriore sfregio alla memoria di chi, nonostante la sua giovane età, ha avuto la sola colpa di essersi innamorata di una persona non gradita al suo nucleo famigliare. L’errore, lasciatemelo dire, sarebbe considerare questo episodio lontano da noi, frutto di mentalità lontane dalla nostra. Perché se è vero che la nostra mentalità è lontana culturalmente da simili barbarie, negli ultimi anni, almeno geograficamente, è costretta a convivere con modi di pensare molto simili a quelli che hanno ucciso Romina Ashrafi.

    Casi simili sono accaduti e accadono continuamente anche in Occidente. Per esempio sappiamo perfettamente dove ha avuto origine la moda di distruggere il volto, molte volte anche con la perdita della vista in uno o di entrambi gli occhi, lanciando acido in faccia alle ex fidanzate e, ultimamente, anche a ex fidanzati. Prova che questo tipo di violenza attecchisce facilmente senza distinzione di sesso. Ma peggio ancora, perché al peggio non c’è mai fine, il rito dello sgozzamento, come capretti al macello, è arrivato da noi in occidente, e cose che non si vedevano da decenni sono improvvisamente tornate in auge. Solo per fare qualche esempio è giusto ricordare il caso di Laura Paumier e Mauranne Harel sgozzate a Marsiglia davanti al piazzale della stazione ferroviaria Saint-Charles il primo ottobre 2017 da Ahmed Hanachi, un clandestino che anziché libero di muoversi e armato di coltello, visti i suoi precedenti avrebbe dovuto essere rinchiuso in un centro detentivo.

    L’arte dello sgozzamento, purtroppo, è arrivato anche in Italia, e visto che ne parliamo è giusto ricordare Hina Saleem che l’11 agosto del 2006 fu scannata dal padre nel bresciano perché voleva vivere e vestire all’occidentale, con la madre che all’apertura del processo dichiarava alla stampa di capire e perdonare il marito per ciò che aveva fatto. Le aveva ammazzato una figlia e lei lo capiva e perdonava. È giusto anche ricordare Sana Cheema, cresciuta a Brescia, che all’età di venticinque anni è stata assassinata dal padre e dal fratello a Gujrat in Pakistan, sua città natale, perché voleva sposarsi con un ragazzo italiano.

    Per consumare il delitto il padre e il fratello hanno atteso il momento giusto e lo hanno eseguito su terra islamica, dove la società era più disposta a capire le motivazioni del gesto. Il processo in Pakistan per questo spietato omicidio si è concluso con un nulla di fatto, mentre in Italia, dove la ragazza risiedeva, la magistratura avrebbe voluto mettere i due assassini alla sbarra ma, come riporta La Repubblica del 15 ottobre 2019, Mustafa Gulham, 50 anni, il padre di Sana e il trentaduenne Adnan, fratello della vittima, non sono più reperibili.

    Siccome per legge il processo italiano non può partire se non c’è certezza della notifica agli indagati dell’avviso di conclusione indagini, tutto rimarrà probabilmente lettera morta. Per cui per Romina Ashrafi, Hina Sallem e Sana Cheema, uccise in posti lontani fra loro e in momenti diversi con un comune denominatore, cioè un coltello in gola guidato da mentalità malate, non ci sarà mai giustizia. Almeno quella degli uomini per ciò che riguarda l’Onnipotente possiamo solo aspettare con fede.

    Concludo quest’articolo rispondendo a coloro che giustamente obbietteranno affermando che anche in occidente ci sono uomini che uccidono le donne e che il femminicidio è sempre più presente. A loro rispondo che nonostante i numeri facciano rabbrividire, ciò che accade in Occidente è comunque un’eccezione e che ogni volta i responsabili ne rispondono prima davanti alla legge degli uomini e poi davanti a quella di DIO, mentre ciò che succede in posti lontani e in alcune comunità vicine a noi è frutto di una mentalità che se non combattuta diventerà, e mi fa orrore scriverlo, abitudine.

    Nella tanto decantata Sharia, che qualcuno vorrebbe rendere legale anche in occidente e che in Gran Bretagna in parte già lo è, questo tipo di delitti sono, in qualche modo, già preventivamente perdonati, e questo ci dovrebbe far riflettere a fondo su molte delle problematiche che, volenti o nolenti, saremo costretti ad affrontare nel prossimo futuro.

    Michael Sfaradi, 28 maggio 2020

  • Sfaradi

    Comunità ebraiche a rischio. Il caso belga

    Per le comunità ebraiche l’Europa non è mai stata un posto tranquillo, la storia, quella vera, lo insegna. Questo, e vale la pena sottolinearlo, a prescindere da Israele e dalle sue politiche. Israele ha dichiarato la sua indipendenza solo il 13 maggio del 1948, mentre le persecuzioni contro gli ebrei, con contorno di antisemitismo feroce condito da calunnie e menzogne, che è sempre arrivato in maniera trasversale da parte di quasi tutti i colori politici e dottrine varie, sono molto più vecchie, ma che dico vecchie, antiche. Per cui chi oggi giustifica decine di attentati che negli ultimi decenni sono stati portati a termine contro le istituzioni ebraiche, attentati che hanno lasciato dietro di loro una lunga scia di morti e feriti, ricercandone il motivo scatenante nella politica del governo israeliano, cerca di fare ammuina non rendendosi probabilmente conto, o peggio nascondendo colpevolmente, la gravità di ciò che è successo o del pericolo di quello che potrebbe accadere.

    Chi ancora cerca di giustificare, o peggio sdoganare il terrorismo, è solo un illusionista che fa il gioco delle tre carte nascondendo l’asso di cuori in una cortina fumogena intrisa nelle calunnie e menzogne di cui sopra. Calunnie e menzogne che anche se in molti casi sono già state smascherate, quasi per incanto, dopo un periodo di decantazione e dopo una bella lucidata, vengono riesumate e mandate nuovamente allo sbaraglio perché, come diceva Joseph Goebbels “Una menzogna ripetuta alla fine diventa una verità”. In quegli attentati, purtroppo e troppo spesso, ci sono stati morti e feriti, feriti che in molti casi sono poi diventati invalidi che ogni giorno vivono la loro esistenza nel rimpianto di una vita che non sarà mai vissuta a pieno perché caduta nel baratro della disperazione solo per essersi trovati nel posto sbagliato al momento sbagliato. Persone che se quel giorno fossero uscite di casa un minuto prima, o uno dopo, avrebbero potuto vivere felici o, almeno, con la speranza di una felicità ormai irraggiungibile.

    Persone alle quali è stata tolta anche la speranza di una felicità possibile per il solo fatto di essere ebree, perché i loro figli frequentavano una scuola ebraica o perché si voleva pregare in una sinagoga, o perché si voleva presenziare a un qualsiasi momento di vita o a un evento della tradizione ebraica. Chi credeva che dopo la seconda guerra mondiale tutto sarebbe cambiato sbagliava, perché quella che soffia in Europa per le comunità ebraiche è, una volta ancora e da molti anni a questa parte, una brutta aria e di esempi, purtroppo, ne esiste un elenco intero. L’ultima voce di questo elenco arriva dal Belgio dove il governo ha fatto sapere che dal prossimo settembre verrà rimossa la protezione delle forze dell’ordine, in questo caso si trattava di militari dell’esercito regolare, alle Sinagoghe di Anversa.

    Le truppe belghe erano state inviate a guardia delle istituzioni ebraiche della città fiamminga nel maggio 2014, dopo che un islamista aveva ucciso quattro persone in una sparatoria terroristica al Museo ebraico di Bruxelles. Fra tutte le città belghe Anversa è quella che ha nella sua popolazione residente la più alta percentuale di islamici, ma non solo, la città ospita circa cento istituzioni ebraiche al servizio di una popolazione di 18.000 persone. Anche se le autorità giustificano la decisione indicando problemi di budget, legati alla crisi del Covid-19, si è levata forte la protesta da parte del Forum delle Comunità Ebraiche Fiamminghe che ha dichiarato che in questi tempi difficili, proprio in questo periodo, gli ebrei hanno bisogno di più protezione.

    Togliere la sorveglianza alle istituzioni ebraiche è, di fatto, il modo più disonorevole per lasciarle in balia della furia che, fomentata dagli estremismi, non tarderà ad alzarsi e a far sentire il suo ruggito nell’andare a colpire, come già fatto decine di volte in passato e in tutto il mondo, il ventre molle, e ora indifeso, dell’ebraismo europeo. Il governo belga giustifica la sua decisione con la mancanza di budget, come giustificherà i morti e i feriti di un attacco contro una qualsiasi di quelle cento istituzioni ebraiche che dal primo settembre, proprio alla vigilia delle più importanti festività del calendario ebraico, saranno lasciate senza protezione? Speriamo che questa mia previsione sia assolutamente errata, ma la richiesta di copertura da parte dei vertici delle comunità belghe a società private specializzate proprio nel settore sicurezza è un campanello d’allarme di tutto rispetto.

    In Israele gli osservatori non escludono che il togliere la protezione alle istituzioni ebraiche sia un segnale, di fatto un ricatto, a Israele in vista dell’annessione di parte della Cisgiordania come previsto dal piano di pace del Presidente Trump. Una sorta di ricatto non scritto e non palese, ma non per questo meno minaccioso, che mette in pericolo famiglie e anche minori che potrebbero rimanere coinvolti, come già lo sono stati in passato. Un ricatto che potrebbe estendersi al resto d’Europa o a parte di essa, mettendo altre comunità ebraiche più in pericolo di quanto già non lo siano. Un ricatto che potrebbe colpire ancora più a fondo la parte debole dell’ebraismo europeo trattandolo da ostaggio, e se questa valutazione dovesse poi risultare giusta le conseguenze, sia politiche che di altro genere, potrebbero essere imprevedibili per il semplice motivo che Israele non si lascerebbe comunque condizionare perché la sua sicurezza è condizione assoluta e necessaria.

    Un ricatto che con ciò che sta succedendo in Francia dove gli atti antisemitismo stanno crescendo esponenzialmente, in Germania, in Olanda e in Norvegia dove i governi consigliano agli ebrei di non esporre in pubblico simboli religiosi, o in Svezia dove il sindaco di Malmö ha consigliato alla comunità ebraica locale di trasferirsi a Stoccolma perché non può più garantire la sicurezza delle istituzioni ebraiche cittadine, dovrebbe aumentare i decibel della sirena dall’allarme che da troppi anni è inascoltata, come è volutamente ignorato, sempre da troppi anni, che le comunità ebraiche europee, lentamente ma costantemente, si stanno assottigliando.

    Il vecchio continente sta perdendo la parte più importante dei suoi ebrei e non capisce quanto ciò sia pericoloso, eppure basterebbe leggere qualche libro di storia per capire la fine che hanno fatto le nazioni rimaste senza i loro ebrei con l’impoverimento in tutti i campi che ne è sempre seguito. Fatto sta, però, che le politiche europee vanno verso altre rotte e altri interessi, prova ne sono le decine di votazioni all’Onu e all’Unesco dove, a parte poche rare eccezioni, gli stati europei, inchinandosi al potere del petrolio e degli affari, hanno sempre votato, in blocco e senza vergogna alcuna, contro gli interessi degli ebrei e di Israele.

    Ora il Belgio, ed aspettiamo di capire chi lo seguirà nella stessa decisione o in una simile, lascia i suoi ebrei senza protezione alla vigilia delle festività ebraiche più importanti e ciò che scandalizza, oltre la decisione stessa, è che la notizia non ha avuto risonanza sui media europei. Ciò che scandalizza, è che per il momento non abbiamo ancora visto alcuna levata di scudi a questa assurda ma ragionata decisione.

    Michael Sfaradi, 26 maggio 2020

  • Sfaradi

    Coronanvirus, il gran rifiuto dei palestinesi

    Quando all’inizio della pandemia di Covid-19 il Primo Ministro israeliano dette al Mossad, cioè ai Servizi Segreti, l’incarico di procurare quanti più approvvigionamenti medico-sanitari, come tamponi e respiratori per le terapie intensive, fu subito chiaro che i contatti più importanti sarebbero stati proprio con quei paesi arabi che non riconoscono lo Stato Ebraico.

    Il Mossad da allora, coadiuvato dai tecnici del Ministero della Salute, proprio da quei paesi è riuscito ad acquistare un quantitativo importante di questo tipo di forniture, un quantitativo che ha permesso ai maggiori centri medici della nazione di affrontare al meglio il dilagare del virus limitando al minimo i danni. Non è un caso che proprio Israele figura ai primi posti nella lista delle nazioni che, in percentuale sulla popolazione, ha registrato meno decessi. Solo in un secondo momento si è scoperto che la parte più importante di questi accordi segreti era stata portata a termine con i servizi segreti degli Emirati Arabi.

    Il governo di Abu Dhabi, infatti, da tempo cerca di acquisire tecnologia israeliana in campo civile, soprattutto nel settore delle costruzioni, e in quello militare. Non potendolo ottenere in maniera diretta, prima dell’inizio della pandemia si era dovuto accontentare di ciò che era disponibile nel mercato parallelo pagando costi esorbitanti. Si trattava generalmente di apparati di seconda o terza mano e mai comunque di ultima generazione. Nel momento in cui il Covid-19 incominciava ad aggredire il mondo intero Israele, per non farsi trovare impreparata, ha iniziato la ricerca di tamponi e respiratori, ricerca che ha portato a volgere lo sguardo proprio verso gli Emirati Arabi che avevano un surplus di questo tipo di attrezzature.

    La trattativa diretta fra nazioni che non si riconoscono dove ognuna delle due aveva a disposizione quello che l’altra cercava, è stata una sorta di “miracolo mediorientale” perché ognuno dei due poteva facilmente ottenere ciò di cui aveva bisogno. Nei media israeliani è apparsa spesso la notizia di aerei cargo che scaricavano materiale sanitario anche se la sua provenienza, almeno nelle prime fasi, era rimasta segreta. Oltre a non divulgare da dove quel materiale arrivasse, non era dato sapere quando quegli stessi aerei fossero decollati, per dove, e, soprattutto, cosa avessero trasportato nel volo di andata. Quando tutta questa storia verrà desegretata anche nei particolari, diventerà sicuramente la base per qualche romanzo di spionaggio.

    Sia dal punto di vista umano che politico, non poteva non esserci negli accordi un capitolo riservato a forniture mediche destinate alla popolazione palestinese della Cisgiordania e della Striscia di Gaza. Per questo motivo, e anche nella speranza di una normalizzazione dei rapporti diplomatici con gli Emirati Arabi, Israele ha dato il permesso all’atterraggio, alle ore 21:39 del 19/05/2020 all’aeroporto internazionale Ben Gurion di Tel Aviv, di un aereo cargo emiratino che portava aiuti sanitari che il governo di Abu Dhabi voleva donare alla popolazione palestinese.

     

    Ma c’è un ma. Anche se Omar Barghouti, il grande guru del Bds, l’organizzazione per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni contro Israele, dopo aver ribadito in un video dal vivo la condanna alla “normalizzazione” dei rapporti con lo Stato Ebraico, aveva aggiunto, con tanti saluti al boicottaggio duro e puro di cui è stato il portabandiera fino al momento in cui il virus si è affacciato in Medioriente, che usare dispositivi medici provenienti da Israele, o un eventuale vaccino scoperto in Israele, non sarebbe stato un problema, altri esponenti del mondo arabo hanno preso strade diverse.

    Se da una parte è comprensibile che anche i più “duri e puri” al momento del bisogno diventano meno duri e, soprattutto, meno puri, ciò che fa rabbia è la presa di posizione di Abu Mazen, Mahmūd Abbās, quello che per tanti anni è stato il vice di Arafat, quello che si è laureato nell’ex Unione Sovietica con una tesi che sminuiva la Shoah dimenticandosi che fu proprio l’Armata Rossa ad aprire i cancelli di Auschwitz. Lo stesso Abu Mazen che nel 2008 è stato eletto presidente dei palestinesi con un mandato di quattro anni e che nel 2020 sta ancora al suo posto e non ha alcuna intenzione di indire nuove elezioni presidenziali che, al contrario di Barghouti, ha deciso che gli aiuti provenienti dagli Emirati Arabi non saranno accettati perché sono passati da Israele.

    Ora, considerando che il Covid-19 è un virus che colpisce i polmoni e non il cervello, è difficile capire il perché di questa decisione figlia di un principio che vede, da questo punto di vista nulla è cambiato, Israele come il nemico da abbattere. Un principio che funziona a corrente alternata visto che la presenza di prodotti israeliani nei territori palestinesi è massiccia. Gli aiuti emiratini alla popolazione palestinese fanno parte di un accordo più ampio stipulato fra Abu Dhabi e Gerusalemme e, in un momento delicato come quello attuale, permette l’arrivo a titolo gratuito di attrezzature che, se fossero state acquistate, sarebbero costate alle già vuote casse dell’Anp diversi milioni di dollari americani.

    Ma Abu Mazen e i suoi, più realisti del Re, rifiutano di accettare ciò che qualsiasi altra nazione al mondo avrebbe accolto anche se a portare i doni fosse stato il Diavolo in persona. Ma Abu Mazen li avrebbe accettati anche dal Diavolo, a patto che non fossero passati per Israele… e pensare che Papa Francesco gli ha anche donato la medaglia dell’angelo della pace.

    Davanti a prese di posizioni di questo tipo, tanto stolte per quanto inutili, torna in mente la barzelletta del cretino che si taglia i testicoli per far dispetto alla moglie che lo tradisce con un altro. In questo caso però non c’è da ridere, perché i testicoli che cadono a terra non sono quelli dei capi che comandano ma quelli della povera gente che, in caso di necessità, si ritroverebbe, in nome dell’idiozia e del delirio di onnipotenza del potente di turno, senza la possibilità di essere curata.

    Michael Sfaradi, 22 maggio 2020

     

  • Sfaradi

    L’antisemitismo “democratico” del New York Times

    L’antisemitismo mascherato da antisionismo del New York Times ha dato nuova prova di sé in un articolo così becero che il solo titolo già basta: “Che strano l’esercito israeliano invece di uccidere salva le vite”. Come riportato da diversi organi di stampa internazionali, fin dalle prime avvisaglie della catastrofe che si stava avvicinando, Israele ha messo in campo tutte le sue eccellenze per tamponare e poi sconfiggere, per mezzo di un vaccino, il Covid-19.

    Tornare alla vita di prima, tornare alla normalità, è da sempre, per lo Stato Ebraico, l’obiettivo da raggiungere dopo ogni guerra, più o meno grande, o attentato, più o meno sanguinoso. Questo è il motivo per cui il governo israeliano ha messo in campo le migliori tecnologie al servizio di una task force di grandi menti al fine di non permettere al Coronavirus un grande impatto sui cittadini e sull’economia della nazione. Scienziati, ingegneri, medici, dirigenti, funzionari governativi e ufficiali militari si sono uniti, e non è la prima volta, al fine di raggiungere lo stesso obiettivo eliminando, almeno nel periodo dell’emergenza, contrasti e rivalità che sempre ci sono fra i vari organi statali e privati.

    C’è sempre però chi trova il modo di travisare la realtà e attaccare Israele buttando fango, e anche se dietro questi attacchi c’è il nulla assoluto, qualcosa rimane sempre nella mente e nell’anima di coloro che, per educazione o credo politico, sono diventati, come li definì Fiamma Nirenstein in un saggio, “Razzisti Democratici”. Che il mondo sia pieno di questi razzisti democratici non è una novità, quello che fa impressione però è che proprio il The New York Times, soprannominato “signora in grigio” (in inglese The Gray Lady), uno dei quotidiani più famosi al mondo, ne sia diventato il portavoce. In un articolo pubblicato il 7 maggio scorso e firmato da David M. Halbfinger, l’importantissima testata è riuscita, in poche righe, a trasformare l’esigenza che ha Israele di difendersi dai suoi numerosi nemici nel mostro che uccide esseri umani senza apparente motivo.

    Basta leggere le poche righe di apertura del pezzo per capire dove il giornalista voleva andare a parare: “Gerusalemme – Il braccio di ricerca e sviluppo del Ministero della Difesa israeliano è noto soprattutto per i modi pionieristici all’avanguardia di uccidere le persone e far esplodere le cose, con carri armati invisibili e droni da cecchino tra i suoi progetti più letali recenti. Ma la sua ultima missione è salvavita. Da marzo, ha guidato uno sforzo tentacolare e ad alta velocità per liberare alcune delle tecnologie più avanzate del paese contro un nemico di un altro tipo: Covid-19”.

    Insomma, secondo David M. Halbfinger solo la presenza del Coronavirus ha cambiato il modus operandi del governo israeliano che, questo è sottinteso, riprenderà ad uccidere non appena passata l’emergenza. L’articolo, tra l’altro, è stato sintetizzato in un tweet, dello stesso giornale, che recita: “Tecnici, ingegneri, scienziati del Ministero della Difesa all’avanguardia per uccidere persone e far esplodere cose con carri armati invisibili e droni da cecchino tra i suoi progetti più letali recenti ora stranamente si stanno impegnando a salvare vite…”

    Le repliche dell’ambasciatore di Israele negli Stati Uniti Ron Dermer e di Jonathan Greenblatt, presidente dell’associazione per i diritti umani Anti-Defamation League, non si sono fatte attendere. In una dichiarazione Ron Dermer ha affermato che il New York Times, dopo aver seppellito l’Olocausto, si è fatto conoscere per i mille modi che usa per diffamare e demonizzare lo Stato Ebraico, mentre Jonathan Greenblatt, che non è andato tanto per il sottile, ha rilasciato una nota in cui si afferma: “È irresponsabile che il New York Times abbia seppellito con poche righe l’importante storia dell’esercito israeliano. Non solo, ma si demonizza anche le legittime esigenze di sicurezza di Israele”.

    Anche se le repliche non si sono fatte attendere, il danno ormai, l’ultimo della serie, era fatto. Il New York Times, inutile girarci intorno, è probabilmente il più importante quotidiano Usa che da sempre sta dalla parte dei democratici, ed è preoccupante che si sia trasformato, e non da oggi, in un megafono antisionista, perciò di fatto antisemita, di tutto rispetto. Per motivi storici che inutile star qui a ripetere, l’opinione pubblica ebraica, sia in Italia che nelle altre nazioni europee ed extraeuropee, teme l’antisemitismo che è sempre arrivato e continua ad arrivare dalle destre di tutto il mondo. Questa presa di posizione, ormai divenuta parte del Dna ebraico, lascia però, e anche da troppo tempo, mano libera alle sinistre per dire e fare quello che vogliono contro Israele. Lascia loro la libertà, come in questo caso, di instillare gocce di velenoso e ‘democratico’ antisemitismo di sinistra in ogni contesto dove è presente Israele.

    Velenoso e “democratico” antisemitismo che non può e non deve essere sottovalutato perché è diventata un’avversione mentale contro Israele. Avversione che ha ormai contagiato larghi strati dell’opinione pubblica mondiale e dopo i contagi, il Covid-19 ce lo ha ricordato, ci sono le epidemie e poi le pandemie, con i risultati che sono scritti su tutti i libri di storia, almeno quelli seri, visto che in troppe nazioni certi argomenti come la Shoah o le persecuzioni subite dagli ebrei nei duemila anni di diaspora, vengono ignorati, cancellati completamente o, come purtroppo accade, riscritti dai nuovi storici, anche loro, quasi sempre, di sinistra.

    L’antisionismo, cioè l’

     .... 

Carica altri contenuti
Non ci sono altri contenuti.